Pokémon LoveRainbow

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Contest di agosto - FANFICTION IN GARA, -non commentate qui-
view post Posted on 16/7/2008, 08:45P_QUOTE
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 2/10/2009, 13:08


Premetto che ho avuto adesso l'ispirazione e quindi l'ho scritta di getto. Non la modifico perchè oggi non ho tempo, e domani parto, quindi devo per forza postarla adesso. Molti la odieranno perchè è una fanfiction sulla Cavaliershipping, ma preferivo pubblicare questa che una già usata e modificata (che era sulla Pokeshipping). Spero che qualcuno la gradisca lo stesso.

Grazie

Le luci della ribalta, il successo, i Pokemon.
Questo è quello che voglio, questo è il mio sogno.
La finale.
Inghiottisco la saliva e ritorno a sedermi: guardare il pubblico mi mette in ansia.
E' la mia prima finale.
Chi l'avrebbe mai detto?
Sono arrivata in finale a Kanto, e da qui riesco a vedere la coppa che scintilla sotto gli sguardi di tutti.
Ecco, quello è il mio sogno.
Sollevare la coppa e dedicarla...
Ma a chi posso dedicarla?
Io non ho nessuno, sono sola.
Empoleon mi guarda e io gli sorrido: mi sa che dovrò dedicarla a lui.
Nessun altro mio amico è venuto a vedermi.
Ash... bè, lui è impegnato con i suoi viaggi.
Brock... segue Ash, naturalmente.
Kenny e Zoey sono impegnati in altre gare.
Sono sola, e solo ora, alla finale, me ne rendo conto.
Devo scendere in campo.
Le luci mi investono e vedo centinaia di persone osservarmi e penso: “Nessuno è qui per me.”
Arriva lo sfidante e mi viene da ridere: ma come si è vestito questo?
Quei vestiti verdi e quel cappellino assurdo lo fanno sembrare un Cacturne.
Sorrido e il tipo mi guarda male.
La voce dell'altoparlante scandisce:-Inizia l'incontro tra Harley, di Hoenn, e Lucinda, di Sinnoh.-
Deglutisco ancora mentre ordino a Empoleon di entrare.
Harley sorride e lancia la sua Sfera, da cui esce un Banette.
Lo osservo curiosa, non ho mai visto questo Pokemon dal vivo, e un po' mi fa paura.
Subito Harley ordina a Banette un Fuocofatuo, e Empoleon lo schiva con facilità.
Mentre faccio contrattaccare Empoleon con Acquadisale, che Banette schiva saltellando qua e là, il mio sguardo vaga verso le tribune: nessuno che conosco in vista.
Intanto il Pokemon dell'avversario è riuscito a stordire Empoleon con un Supersuono.
-Accidenti-.
I cuori dell'intero pubblico battono all'unisono, come se fossero un'unica persona.
Il mio, invece, inizia a battere velocemente.
“Sto perdendo” penso, mentre Banette si prepara a lanciare un Tuono.
-Lucinda, non mollare!-.
Mi volto e lo vedo.
E' cresciuto dall'ultima volta che l'ho visto quattro anni fa, ma è sempre carino.
Sorride e capisco che devo reagire.
Ora so a chi devo dedicare la mia vittoria, ma per farlo devo vincere.
E il mio cuore, intanto, batte all'unisono col suo.

Sollevo la Coppa tra mille sguardi, ma solo uno mi fa battere il cuore.
Uno sguardo e un sorriso.

-Gary!-
Gli corro incontro mentre lui si volta verso di me.
-Sei venuto a vedermi-.
Non è una domanda, ma una semplice constatazione: lui è davvero lì.
-Si-.
Mi osserva e io divento rossa, poi capisco che sta notando quanto sono cresciuta.
Quattro anni, quattro lunghi anni sono passati dall'ultima volta che ci siamo incontrati.
Mi prende una mano mentre arrossisco furiosamente e mi sussurra:- Vieni, ti faccio vedere una cosa-.

Il locale sembra carino, ma non capisco perchè mi ha portato qui.
Non vorrà un appuntamento??
Arrossisco e...
-Sorpresa!-
Sono tutti lì: c'è Ash, che sta litigando-di nuovo- con Misty; c'è Vera, che sta letteralmente imboccando Drew; c'è Brock, che ci sta provando con la cameriera; ci sono Zoey e Kenny, che discutono animatamente; e c'è Paul, solo in un angolo, che sta guardando tutti, me compresa, malissimo.
-Lucinda sei stata grande! Hai battuto Harley!-
Vera mi viene incontro e mi abbraccia, mentre Pikachu mi salta su una spalla, iniziando a leccarmi la faccia.
-Ma voi... non eravate lì, come fate a sapere come sono andata?-
Mi guardano per un attimo, poi scoppiano a ridere.
Mi risponde Ash:- Veramente c'eravamo, solo che ci siamo travestiti, così non scoprivi la sorpresa. Idea di Brock, ma Gary non gli ha dato retta, ha preferito restare vestito com'era. Idiota-.
Gary inizia a rincorrerlo tra le risate generali, e inizia ad arrivare la cena.

-Ehi...-
Gary, seduto alla mia destra, si volta verso di me.
-Perchè non ti sei travestito?-
Lui sorride mentre prende un altro piatto di sushi:- Ho pensato che non vedendo nessuno avresti pensato che ti avessimo abbandonata. Io non volevo lasciarti sola-.
Si accorge di quello che ha appena detto e continua a guardare il piatto, rosso per l'imbarazzo.
-Grazie- gli dico, e lui mi risponde con un sorriso.
Ecco a chi dedico la mia vittoria, a chi mi è stato vicino, a chi mi ha capito, a chi mi ha seguito.
Ma soprattutto a te, Gary.

28/06/09: Ben arrivato Edoardo!<3
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Romeo, take me somewhere we can be alone,
I’ll be waiting, all there’s left to do is run...
You’ll be the prince and I’ll be the princess:
it’s a love story, baby, just say yes!

(Love Story-Taylor Swift)

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Anche se ci siamo separate
dopo 10 anni ci siamo ritrovate tutte insieme!
Grazie di tutto ragazze <3

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E' una cosa bella!
Oggi per esempio quando
ci siamo salutati ti sei messa
in punta di piedi per
darmi un bacio...
Ed eri tenerissima!

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My virtual family:
Gemella di: Blue Siria •°
Mamma di: Cury93
Sorellona di: Green'93
Zietta di: Light Piplup e Piplup96
Fan numero 1: yu6
Unico vero clone: sapphire313

 
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posto anche io la mia storia per il contest ^__^
sperando che non cada nel dimenticatoio appena verranno pubblicati i capolavori delle altre xDDD
contestshipping <3
ps. "thorn" vuol dire "spina"



.oO°*...EVERY ROSE HAS ITS THORN...*°Oo.



"Just like every night has its dawn
Just like every cowboy sings his sad, sad song
Every rose has its thorn..."



Sono trascorsi due lunghi anni, dal mio primo viaggio di formazione con Ash, Brock e mio fratello, e molte cose sono cambiate da allora.
Sono partita, da sola, alla volta di Jotho, con le sue gare, le sue città, viaggiando e contando solamente sulle mie capacità, prendendo in mano per la primissima volta le redini del mio futuro.
Mi sono allenata duramente, ho temprato il mio spirito, allevato i miei fedeli compagni pokemon, rafforzandomi e diventando una persona migliore, responsabile, che conserva però intatte quelle qualità, come l'allegria e, ammettiamolo pure, anche un pizzico d'ingenuità, che mi rendono la Vera di sempre.
Ho vinto fiocchi, conquistato l'orgoglio delle persone a me care, la stima dei miei colleghi, la fama e il rispetto presso la gente comune. Ho lottato tanto, e alla fine sono arrivata in cima.
Ripenso a tutte queste cose, successe tanto in fretta, mentre, in una giornata come tutte le altre, mi godo il tramonto mozzafiato, seduta beatamente su una collina erbosa, ritagliandomi come sempre il mio angolino di pace.
In un quadro così perfetto, così paradisiaco, tutto sembra andare per il verso giusto, ma c'è qualcosa nonostante tutto che mi rende irrimediabilmente scontenta.
"Ogni rosa ha la sua spina", mi dico mentalmente. Mica può essere tutto perfetto. No. La vita deve sempre avere in serbo una dannata condizione per la quale si deve per forza soffrire. Sospiro di nuovo. Già, ogni rosa ha la sua spina. E le tue, non fanno eccezione.
Sei capitato nella mia vita in una giornata come questa, una giornata banale, una giornata comune, o almeno questo era, prima che ci pensassi tu a renderla speciale, semplicemente entrandoci.
Sa il cielo cosa ti ha spinto, Drew, a rivolgere le tue pregiate parole a una come me. Ancora oggi, mi chiedo quanto devo esserti sembrata idiota, quel giorno.
E dire che all'inizio ti odiavo sul serio... Perfetto e vanitoso, malizioso e pieno di te, qualità che davvero non sopportavo, a quell'età, specie poi se dovevano essere quelle di un rivale. Sapevo fin dall'inizio che mi avresti reso la vita difficile, ma non credevo che avresti continuato a farlo anche adesso, passate tutte quelle avventure da dodicenni, passate quelle fasi dolescenziali in cui cose come l'amore vero e la precarietà dell'equilibrio tra gioia e dolore ancora non si sa cosa siano, e passate mille giornate, da quel giorno in cui mi insultasti gratuitamente e mi permettesti di fare la tua conoscenza.
E le tue rose...
Perchè me le donavi, continuavo a chiedermi, come un'ingenua. Adesso lo so che lo sono stata. Non ho colto i tuoi indizi, non ho colto le tue avances, perchè questo erano, ho solamente frainteso i tuoi gesti incomprensibili come fastidiose frecciate per farmi sentire inferiore. Se solo avessi avuto un po' più di pazienza, e avessi analizzato più a fondo il significato implicito di quelle rose...
Eppure... metto sempre in dubbio la veridicità di questi pensieri. Stupita dalla mia audacia, declino ogni volta ogni piccolo castello mentale al riguardo. Sciocca, mi dico. A lui non interessi.
Le rose che mi dai, quei gesti di un'ambiguità sconcertante, ora mi giungono come ricordi dolorosi.
Non hai cessato di donarmele, anche qua a Jotho, e ogni volta mi divido a metà, tra la speranza di avere torto, e di piacerti, e la straziante paura di essere nel giusto, di non interessarti minimamente in quel senso. Eternamente persa. Ecco cosa sono. Ed è questa la spina delle tue rose, Drew. Mi rendono sempre eternamente persa.
Premono per uscire, le mie lacrime, perchè? Perchè in fondo, la speranza che quelle rose siano veramente delle avances, dei segni che io possa piacerti, ha una motivazione che non è la semplice soddisfazione di avere un ammiratore segreto. No, non sono così superficiale. E' il mio essere totalmente, follemente, disperatamente innamorata di te.
Cosa devo fare? Continuare a sperare? Cedere? Che casino... e dire che la gente mi invidia, per la mia vita così piena di successi. Ma a cosa mi servono cento fiocchi, se il vero premio ancora non ce l'ho...?
Appoggiandomi con le mani sull'erba, butto la testa all'indietro, scompigliando i capelli nocciola al vento, cercando di non pensarti, perchè il pensiero di te mi scatena automaticamente un insieme di emozioni che non riesco a tenere a bada.
E immagina la mia sorpresa nel vedere proprio te. In piedi dietro di me, le mani affondate nelle tasche. Completamente colta alla sprovvista, mi cedono le braccia e cado sulla schiena, gettando un gridolino. Ouch. Brutta figura. Non bene.
- Ma cosa combini? - ridi appena, squadrandomi con quegli occhi verdi che hanno popolato non pochi dei miei sogni.
- Umh...niente - borbotto, massaggiandomi la testa e ritornando seduta come prima, lasciando perdere ogni idea per una brillante scusa che giustifichi la pessima figuraccia appena fatta. Vedo con la coda dell'occhio un sorrisetto spuntarti sul volto affascinante.
- Posso sedermi? - mi chiedi poi, muovendo un passo verso lo spiazzo d'erba accanto a me. Alzo la testa e annuisco.
- Accomodati - rispondo con un velo di sarcasmo. Un altro sorrisetto e ti siedi vicino a me. La tua vicinanza mi da alla testa. Il cuore potrebbe esplodermi, talmente batte forte. Eppure, nonostante questa tempesta di sensazioni, c'è n'è una di infinita felicità. Guardo il paesaggio dai colori incredibili e mi sembra di essere in una dimensione surreale, decisamente troppo perfetta. All'improvviso ti sento parlare.
- Vera
Oh, quando invochi il mio nome. Paradiso e inferno si danno battaglia, dentro di me.
Mi volto a guardarti.
- Dimmi
Mi manca il respiro, per un secondo, non immaginavo che ti fossi seduto tanto vicino. Sbatto le palpebre, come accecata dalla tua bellezza.
- Sai cosa significano le rose nel linguaggio dei fiori?
...
Una domanda da cento mila dollari.
Hai voltato il capo verso il cielo, lontano dal mio sguardo spiazzato. Lascio correre un paio di secondi.
- Le rose gialle significano "invidia"... quelle rosa "amicizia"... - comincio. Sto evitando accuratamente di nominare le tue.
- ...e quelle rosse? - chiedi, interrompendomi.
Ecco. Lo sapevo.
Ti osservo di sottecchi, nervosa, e non rispondo. Allora tu mi guardi. E sorridi.
- Te lo dico io... - sussurri infine. E per l'ennesima volta, eccoti estrarre, dal nulla, la tua leggendaria rosa. Rossa.
- Significano "Amore"...
Le tue parole mi scivolano seducenti nelle orecchie, arrivando al cuore, facendolo bruciare di emozione. Siamo decisamente troppo vicini.
Dopo avermi fissata intensamente negli occhi, pronunciando la frase magica, guardi distrattamente per un secondo la rosa che hai in mano e che mi stai mostrando. E me la porgi.
- Per te
Non so cosa mi abbia spinto a fare ciò che ho fatto. Boh. Forse pazzia.
Una pazzia a cui, comunque, sono grata. Le tue labbra sanno di buono. Le tue dita nei miei capelli sono dolci e delicate, come quando maneggi una delle tue rose. L'essenza del fiore scarlatto, ora nella mia mano, confeziona questo momento magico.
...Aspetta...Cos'è che si diceva? Ogni rosa ha la sua spina...?
...
Nah.


>Blue :pikachuzzz:

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«Dal sublime al ridicolo vi è solo un passo.»
Napoleone Bonaparte

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view post Posted on 19/7/2008, 01:40P_QUOTE
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How to save a life.

C'è qualche cosa che si rompe dentro di noi...
Ogni tanto.
Lo sentiamo, è una sorta di crack, ci portiamo una mano sul petto e ne soffriamo.
Per quanto cercheranno di dirti: "non è colpa tua", ti rendi conto che sei perso.
Che qualcosa in te si è rotto inevitabilmente e che niente potrà ricostruirlo.
Ma che forse, in te potrà rinascere di nuovo, magari con il tempo.


Era una giornata normalissima, io avevo fatto ritorno a casa, mi sarei fermato per qualche giorno, per stare un po' con mamma, un po' con Misty e tutti gli altri.
Sarebbe stato bello trascorrere sempre così le nostre giornate.
Tutti insieme, a parlare, a fare incontri di Pokemon, a divertirci.
Sarebbe bello che anche adesso tu fossi qui, Gary.

Avevamo deciso di fare una passeggiata fuori paese, in un boschetto, così per parlare, perchè a volte è gradevole avere dei momenti riservati con il proprio migliore amico e rivale.
Mi avevi portato in una zona più interna della zona, me lo chiedo ancora come mai avevi deciso di rivelare quel piccolo segreto proprio a me.
Sentivo i nostri passi poggiarsi sul suolo pieno di foglie e improvvisamente un altro rumore che rompeva il silenzio del boschetto.
Con un sorriso e un indice sulle labbra per sussurrarmi di fare silenzio, mi copristi gli occhi con le mani e mi condussi, scostando delle foglie - lo sentivo bene - in una radura in tutto quel verde.
Aprii gli occhi e il rumore che sentii, che ricondussi immediatamente all'acqua, rivelava nient'altro che una piccola cascata con delle piccole rocce e dei Pokemon d'acqua nuotavano felici nel laghetto, nell'oasi filtrava flebile la luce del sole che illuminava la superficie dell'acqua donando agli occhi degli spettatori un gioco di luci stranissimo.

Ti sedesti alla riva del laghetto, e con un segno mi avevi fatto capire che dovevo seguirti.
Lo spettacolo era senz'altro incredibile, ma qualcosa non tornava, eri strano, non capivo cosa avevi, toccasti con due dita l'acqua fresca, e cominciasti a rompere il tuo riflesso che ogni volta che esso si ricomponeva.
Non capivo come mai avevi deciso di portarmi lì.
Non capivo come mai avevi cominciato a raccontarmi del tuo viaggio, delle tue aspettative per il futuro, dei tuoi sogni, come se si stessero per infrangere.
Avevo notato, che c'era qualcosa di strano in te, il tuo aspetto stesso aveva un aria malaticcia e pur avendoti chiesto cosa potevi avere, avevi sorpassato l'argomento, senza lasciar ad intendere niente, eppure era chiaro che dietro a quel carnato così chiaro e innaturale, la voce soffocata, il respiro affannoso e le occhiaie nere c'era una valida spiegazione. Tutta via non andai oltre e non ti chiesi nient'altro.

Non capivo come mai nei tuoi occhi, quando mi guardavi, c'era una luce diversa, una luce dannatamente triste ed io non riuscivo a comprendere cosa volesse dire. Del resto, io ero e sono ancora un bambino immaturo e non sò quante volte me lo ripetevi, al giorno.
Eppure mi faceva piacere, rabbia, ma pur sempre piacere, perchè so che, dietro a quelle parole dispettose, c'era un grande affetto

Ma adesso non odo più niente.
Adesso capisco.

Adesso capisco.


Mi avevi detto "Ti ho portato qui per parlarti un po'... visto che sarà una delle ultime volte, volevo un po' di intimità."
Ti avevo chiesto perchè dovevano essere le ultime volte, non mi avevi risposto, ti eri solo limitato a sorridere sforzatamente, mentre gli occhi ti brillavano un po' di una luce che tua non era di sicuro.

Capii tutto quella mattina.
Quando stavo ripartendo per il mio viaggio, mettendomi lo zaino in spalla pronto come sempre. Salutai tutti, anche te, che mi mettesti un braccio sulla spalla, senza dire niente, mi chiesi se era normale, andasti via.
Del resto tu eri così.. non si riusciva mai a capire cosa ti passasse per la testa. Però per una volta forse il mio cervello si era attivato e aveva collegato che c'era qualcosa che non andava.


Fu alle 3'00 di notte ricevetti una chiamata urgente sul pokegear, la luna era alta nel cielo e le stelle le facevano compagnia.
"Pronto..." ero un po' assonnato e anche Pikachu si era svegliato, un po' stordito.
"Ash è urgente." la voce di mia madre.
"Che succede?"
"Si tratta di Gary. Corri all'ospedale di Pallet."
Mi bastò quella frase per farmi cadere il pokegear di mano, che scivolò sinuoso dalle mie mani, mentre i miei occhi spalancati osservarono il vuoto buio di fronte a me.
Adesso capivo.
Adesso capivo le lacrime, e improvvisamente collegai tutto, ogni gesto, ogni parola, ogni cosa, ogni "non essere te".
Il mio migliore amico...
Il mio miglior nemico...
Te ne stavi forse per andare?
Dovevo correre, forte, trovare un mezzo per venire da te, non sapevo con che mezzo, non sapevo come, ma avrei cercato di salvarti, da qualsiasi cosa.

La mia mente fu attraversata da ricordi veloci, talmente rapidi che non potevano essere fermati.

Io e te seduti in un cinema, mentre io ridevo e mi contorcevo, bambini di appena 5 anni forse...
Io e te, cresciuti, a combatterci una Pokéball vecchia pescata da un fiume, che tentavamo di conquistarcela con le nostre lenze impigliate l'una all'altra, legate, così come erano legati i nostri destini.
Io e te, il primo giorno da allenatori di Pokémon, il tuo sorriso da sfidante e la nostra promessa da eterni rivali.
Io e te, faccia a faccia a combattere, in vari incontri, alla lega pokemon di Kanto, alla lega Pokémon di Jhoto, davanti alla luna, a parlare di ricordi...
Io e te...

...

I ricordi si spensero quando ormai il sole stava sorgendo e io stavo ancora correndo, non avevo fatto fortunatamente troppa strada, infondo ero partito da solo un giorno. Già un giorno, così come il giorno prima ti avevo visto voltarmi le spalle in modo strano, avevi alzato la mano come di consuetudine e te ne eri andato. Avevo voluto crederci che eri normale.

Ma quando arrivai all'ospedale era effettivamente troppo tardi.

Aprii di corsa le porte principali, trovai all'entrata Misty che mi condusse immediatamente nella tua stanza, trovai la porta bianca aperta e una schiera di gente nella stanza. Non feci neanche caso a chi erano quelle figure, sentii la voce di mia madre, ma la prima cosa che il mio cervello realizzò era la tua figura. quella del mio migliore amico steso in quel letto dalle bianche lenzuola con un elettrocardiogramma al suo fianco, e altri oggetti comuni negli ospedali.
Una dottoressa al mio fianco mi guardò poggiandomi una mano sulla spalla, mi voltai, lentamente, con gli occhi ricolmi di lacrime, stringendo i pugni.

"Non si può fare più niente."

Non era vero, non poteva essere vero.
NON ERA VERO.
Cominciai a liberarmi in un pianto disperato, mentre sentivo i singhiozzi della gente intorno a me, ma era come se non riuscissi a vederla. Cercai quasi con disperazione la tua mano tra le coperte e la trovai, era di un inconsueto calore, non sembrava neanche tuo.

"Potevi dirmelo! POTEVI AVVISARMI! NO ANZI! NON DEVI! NON DEVI MORIRE!"

Ti voltasti lentamente verso di me, con gli occhi quasi socchiusi e un sorriso inconsueto, e cercasti con le poche forze che avevi di stringermi la mano.

"Tu devi... realizzare... ciò che io non ho potuto. Diventa il migliore, Ash."

Mi dicesti questo, con le poche forze che ti rimanevano, il mio nome tra le tue labbra era rinchiuso in un sussurro talmente fievole che sembrava in bilico tra la vita e la morte della sua stessa voce, mi fece quasi paura, mi fece paura quel tuo sguardo, quel tuo inconsueto calore e quel bip sempre meno frequente dietro di me, quello dell'elettrocardiogramma.

"Lo farò. Ma tu non morirai amico mio. Ti salverò."

Mi fece paura il tuo sorriso, la tua stretta più forte alla mano e quel "grazie" sussurrato davanti alla morte.

Mi fece più paura quel bip continuo e in seguito quel silenzio.

"Io posso salvarti."
Non volevo realizzare.
"Io devo salvarti!"
Non potevo sentire le persone che mi dicevano: "è andato"
"TU NON PUOI ESSERE MORTO!"
E forse era solo un grido disperato in quella stanza.
"NON PUOI!"
Non volevo lasciarti, non volevo lasciare la tua mano che si stava raffreddando.
Non volevo abbandonare le mie lacrime.
I sighiozzi che mi attanagliavano lo stomaco.
La tua figura, rigida in quel letto.
Priva della vita che non avrei potuto ridarti.

...

Quando ebbi spiegazioni di come mai eri morto così all'improvviso, senza troppi preavvisi se non un'aria esattamente non molto attiva, mi dissero che avevi inalato delle spore di un Pokémon abbastanza raro, mentre lo stavi studiando nel laboratorio di tuo nonno.
Avevi tenuto nascosto a tutti il tuo stato di salute e cercavi di curarti alla meno peggio con delle medicine che avevi creato tu, con degli antidoti, usando te stesso come cavia pur rendendoti conto che i risultati non erano eccezzionali.
Alla fine ti sei lasciato andare, lo sapevi anche tu che non ne valeva la pena di tenersi in bilico tra vita e morte e che prima o poi tutti sarebbero venuti a sapere del tuo stato e molto probabilmente saresti stato sottoposto a lunghe cure che non avrebbero avuto grandi risultati.
Quindi avevi deciso di farla finita, subito, a modo tuo.

Tutti mi dicevano che se eri morto di certo non era colpa mia e infondo lo sapevo anch'io, ma forse mi piaceva pensare che avrei potuto salvarti.
E adesso mentre sono qui, a fissare il laghetto, l'angolo di paradiso in un bosco, che tu mi hai fatto conoscere, mi sembra di rivivere quel giorno. Ed il ricordo è talmente fresco da farmi male...
Però io quando faccio una promessa la mantengo. Mi ero ripromesso di salvarti ma non ci sono riuscito, io non ho questo potere.
Tutta via, posso pur sempre esaudire la richiesta che mi avevi fatto.
Diventerò il migliore per te... perchè diventandolo forse tu rivivrai un po' in me, perchè io sono una persona fedele.
Come mai hai deciso di andartene ancora non lo sò.
Ma il tuo ricordo sarà sempre vivo in me.

Anche adesso, che gocce di pioggia riescono a penetrare ugualmente in questo angolo di paradiso, forse perchè il cielo, come me, quando ripensa a tali ingiustizie piange un po'...Forse perchè anche il cielo lo sapeva, che non era ora che tu te ne andassi...
Mi alzo, trovo che sia ingiusto vedere questo paradiso di luce inondato dalla pioggia e torno a Pallet.

Mentre mi dispero ancora un altro po', sotto il cielo oscuro della mia città e le braccia di Misty che tentano di consolarmi, le mie lacrime si mescolano alle gocce di pioggia.

Piango della vita che non posso ridarti...

Se solo sapessi...

How To Save A Life.

"Where did I go wrong, I lost a friend
Somewhere along in the bitterness
And I would have stayed up with you all night
Had I known how to save a life"




-End.-

°_° penso sia la cosa più strana che abbia mai scritto, ho dovuto ascoltare sta song per tutta la durata della fanfict, ergo, l'ho messa a ripetizione diverse volte.
Lì per lì volevo scrivere qualcosa di romantico, invece ho trovato più alternativo e significativo proprio il fatto che si svolgesse tra due amici una simile vicenda... quindi adesso a voi i commenti e il giudizio, anche se non credo che sta fic possa vincere il contest xD ma va bè, ci ho provato ^^. Vi consiglio di ascoltarvi la canzone mentre la leggete comunque ^^.

Edited by °§LadyFire§° - 19/7/2008, 10:04

Marco&Silver
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Sai, la gente è strana prima si odia e poi si ama
cambia idea improvvisamente, prima la verità poi mentirà
lui senza serietà, come fosse niente...

image


.°•. °•. °•.Gestico & Frequento.•° .•° .•°.

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'Senza parole con un filo di dolore,
senza parole sorrido e sono qua,
spargo il colore per sentirne l'odore
spargo l'odore per vederne altre varietà'

The bastard sons of dioniso.


LiveJournal;

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Firma by me con gif M/S di: Dia;.

 
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 23/11/2009, 18:14


Because of you


"Ancora oggi, mi chiedo dove tu sia.
Mi chiedo se tu riesca ancora a ricordare il volto del mio papà.
Io ho solo un immagine sfocata di te. Ricordi spezzati di foto sbiadite..
E la speranza ormai remota, che un giorno tu possa tornare.
Che possa aprire la porta di casa senza un perché, e ritrovarti lì, con la barba grigia e un abbraccio nostalgico."



I will not make
the same mistakes that you did
I will not let myself
cause my heart so much misery



Si era ritrovato spesso ad osservare quel panorama familiare.
Da bambino soleva sgattaiolare fuori di casa ogni qualvolta i suoi genitori voltavano lo sguardo, per uscire fuori e gettarsi sulla neve candida. Solo per poter guardare il cielo, ed essere sfiorato da qualche fragile fiocco di neve. Per poi sorridere.

Era tutto così semplice, allora.

Era stato complicato, almeno per lui, ritrovare la felicità.
Aveva sempre affrontato il silenzio con le parole, le lacrime con un sorriso, e la tristezza con l’affetto.
E ci era riuscito. Era tornato a sorridere, ad amare.
Adesso, accanto a lui, vi era la sua felicità più grande.

Seduto sui gradini di casa sua, non sentiva freddo.

Poiché c’era lei accanto a lui.

Le accarezzò i capelli indistintamente, perso tra i pensieri di quel colore ramato. Faceva freddo, come in quella notte lontana. E c’era la neve, come un manto bianco, che copriva il suo piccolo paese di provincia.
Gli era sempre piaciuto quel paese. Piccolo e accogliente. Aveva sempre potuto definirlo “casa”.
E adesso, si ritrovava in quello stesso luogo dove almeno vent’anni prima la sua vita si era spezzata.

E sarebbe ricominciata esattamente da lì.

La ragazza al suo fianco alzò lo sguardo, decisa ad incontrare i suoi occhi, dopo aver avvertito un movimento del tutto assorto ed assente. E fu come risvegliarlo da un sogno offuscato e da ricordi ormai lontani.
-Ash…?- chiese, carezzando la guancia di lui con la sua mano calda.
Quasi rabbrividì al contatto che il gelo dell’inverno aveva creato sul ragazzo che amava.
Lui la guardò, e sembrò liberarsi da quel tunnel oscuro di ricordi sbiaditi.
-è tutto a posto Misty- le disse sereno.
Così anche il volto di lei, poté sorridere.
Gli si accoccolò di nuovo al fianco, lasciandosi avvolgere da quelle braccia ormai lunghe e da quel calore che era improvvisamente tornato.
Sotto il cielo stellato di Pallet, la neve prese a scendere leggera, e a posarsi anche sui due giovani sposi.
-Nevica!- esclamò lei, rivolgendo d’un tratto le iridi verdi al cielo. Gli occhi le brillarono di una luce antica, che sapeva di buono, e che il ragazzo accanto a lei aveva già avuto modo di vedere.
Ash si lasciò scappare una risatina soffocata. Alle volte riusciva a rivedere la Misty romantica e sognatrice di un tempo, la ragazzina immatura, la sirena maschiaccio che era.
-cos’hai da ridere?- lo riprese lei gonfiando le guance.
-nulla… sei sempre la solita piccola Misty- la apostrofò lui.
-cosaaa? Ma parli proprio tu… che… non volevi saperne… di crescere!- si difese lei dandogli dei piccoli pugni al ritmo delle sue parole.
Lui le bloccò le mani e sorrise.

Non era mai voluto crescere, per non dover tornare ad amare.
Per non affezionarsi mai più a qualcuno, e vederlo andare via.
Ancora.


Avvicinò a se la ragazza, e le sussurrò una frase dolce, che mai nessuno si sarebbe potuto aspettare da lui.
-…ti amo-.
Lei avvampò, ma sorrise. Un sorriso dolce, di quelli che solo lei sapeva donare.
-anch’io- sussurrò nel vento –e… c’è un’altra cosa che devo dirti-.

I will not break the way you did, you fell so hard
I’ve learned the hard way
to never let it get that far



Lui era sereno, continuava a sorridere. La sua felicità era con lei, non venne scalfito da alcun dubbio. Sapeva che lei sarebbe rimasta. Sempre e comunque. L’aveva aspettato per tanti anni, ed era sempre rimasta lì, per lui.
Annuì, prestandole ascolto.
Lei prese fiato un paio di volte. Poi, si fece coraggio.
-sono incinta-.

E fu come se un vuoto di pensieri e ricordi prese il posto del suo cuore.

Gioia, solo per un istante.

L’ombra di un sorriso, soffocato seduta stante da mille pensieri.

E poi solo vuoto, ricordi, amarezza.

Le lasciò andare le mani e le tenne per qualche secondo a mezz’aria, con lo sguardo perso nel vuoto. Infine le abbassò piano.
Voltò lo sguardo, chiudendo le sue iridi scure.

Si alzò piano, quasi automaticamente, per fare qualche passo nel cortile di casa e guardare verso l’orizzonte. Nevicava, e lui tornò ad avere freddo come in quella notte lontana. Si infilò le mani in tasca, mentre quella scena straziante si ripeteva nella sua mente.

Misty si alzò, attanagliata da un angoscia che non gli apparteneva, e da una paura indistinta. Alzò una mano a mezz’aria, come per riafferrare quella felicità che le era appena scivolata inesorabilmente dalle dita.

Ash abbassò lo sguardo.
-Qui…- prese a dire –tanti anni fa, mio padre se ne andò. Abbandonò me e mia madre, partendo via per chissà quale meta. Da allora non ha più fatto ritorno… lasciando in me solo paura e dolore-.

La sua voce non suonò mai così amara come in quelle parole.

Non concluse nemmeno il racconto, quando le braccia di lei lo cinsero da dietro. Misty affondò il viso della giacca di lui, stringendolo forte. I fiocchi di neve scendevano leggeri, e i ricordi, come fantasmi, fecero ritorno.
Il calore di quell’amore divenne come una cupola.
Un riparo contro il freddo del vento e il dolore di una vita infranta.


Because of you, I never stray too far from the sidewalk
Because of you I learned to play on the safe side so I don’t get hurt
Because of you I find it hard to trust not only me, but everyone around me
Because of you... I am afraid.




Era una fredda notte d’inverno, quando delle urla strazianti fecero svegliare un bambino dai suoi sogni. Egli si alzò di scatto, spalancando gli occhi. Il piccolo non doveva avere più di cinque anni. Viveva assieme alla sua famiglia in un piccolo paesino di provincia, dove la cordialità e la gentilezza erano qualità della gente che vi abitava.
Il bambino si stropicciò gli occhi, decidendo di alzarsi per controllare chi avesse urlato.
Non seppe spiegarsi il perché, ma quelle urla entrarono in lui, lasciandogli un senso di vuoto. Così, con il cuore attanagliato dalla paura, uscì dalla sua stanza e si affacciò all’uscio della cucina.
Un ulteriore urlo lo fece sobbalzare.

-ADESSO BASTA, ME NE VADO!-.

La porta sbatté violentemente, soffiando via la gioia che un tempo prevaleva in quella casa.

Lasciando solo dolore.

Regnarono attimi di silenzio.
Prima che la donna rimasta sola in cucina, si accasciasse al suolo, e cominciasse a piangere. Forte, senza sosta. Rigettando anche l’anima, assieme a quelle lacrime copiose che le bagnavano il viso.
Il bambino rimase così, ad occhi spalancati di fronte a quella scena.
Sua madre, portatrice di un sorriso perenne, era accasciata al suolo e piangeva, senza fermarsi.
E quella figura che aveva appena sbattuto la porta dietro di sé, se n’era andata davvero.

Il bambino mosse dei passi incerti verso l’interno della stanza.
La donna si accorse della sua presenza. Cessò di piangere all’istante, guardandosi indietro.

Sperando con tutta se stessa, che lui non fosse lì.

E invece, incontrò i suoi occhi neri, confusi e spaventati più che mai.
Cercò di mormorare il suo nome, di chiedergli di tornare a letto, ma dalla sua bocca non uscì che un suono indistinto, soffocato nuovamente da ulteriori lacrime.
Il bambino mosse dei passi incerti, poi spiccò una corsa verso la porta d’ingresso, spalancandola e rabbrividendo al contatto del vento glaciale dell’inverno.
Sfidò il freddo ed il gelo, correndo tra i prati innevati, e cercando di intravedere la figura di lui.

Riuscì a scorgere un ombra lontana, ormai quasi confusa tra la tormenta bianca.
E urlò. Urlò, sperando che lui potesse tornare.

-PAPA’!-.

Quell’ombra si voltò appena. Poi, si rigirò verso le colline lontane, e riprese il suo cammino.
Il bambino sentì il cuore battergli all’impazzata. Aveva freddo, ma quasi non lo sentiva.

Perché aveva qualcosa di ancor più freddo, che gli lacerava l’anima.

In quegli istanti, si pentì di ogni cosa.

Di averlo considerato il suo mito da sempre. Di aver detto alla sua mamma “un giorno sarò come lui”. Di sentire un terribile vuoto anche allora, quando sapeva che non sarebbe mai più tornato.
Nonostante in cuor suo sapesse che sarebbe stata la cosa migliore. Perché vedere sua madre piangere, fu un dolore incomparabile ad ogni altro. E pensare che, era stato lui, a ridurla in quello stato, generò odio all’interno del suo piccolo cuore.

I lose my way
and it’s not so long before you point it out.
I cannot cry,
Because I know that’s weakness in your eyes



Solo una lacrima rigò il viso di quel bambino, quella notte.
Una lacrima che portò con sé la consapevolezza che la sua vita era ormai andata in pezzi. Una lacrima che rimase solitaria, cercando di lavare via tutto il dolore in una volta. Una lacrima asciugata qualche secondo dopo, con la promessa di diventare forte. E di non piangere mai più.
Per lui, per sua madre.
Perché da quel giorno in poi, quell’uomo che aveva tanto amato, non sarebbe più stato suo padre. E non gli avrebbe dedicato più niente, non una scia argentata, non un sorriso nostalgico, non dei ricordi onnipresenti.
Perché da quel giorno in poi, l’avrebbe rimosso dal suo cuore.

Delle braccia gentili lo avvolsero alle sue spalle.
Seppe che era sua madre, riconobbe il suo profumo.
Lei lo tenne stretto a sé per istanti che parvero infiniti, quella notte.
-Tornerà- disse lei, cercando una convinzione che nemmeno ella stessa possedeva.
Il bambino guardò l’orizzonte deciso.
-no- disse fermo –non voglio che torni. Lo odio- mormorò trattenendo le lacrime e stringendo i pugni.
La donna rimase ad occhi spalancati, ma poi posò il suo capo su quello del figlio, facendo scorrere l’ultima lacrima di quella notte.

Entrambi guardarono verso l’orizzonte, con gli occhi gonfi ed il cuore spezzato.
-Torniamo in casa, Ash. Fa freddo- riuscì a dire lei ad un tratto.
E Ash fu certo di aver sentito la sua voce calare d’intensità. Di aver captato anche in lei, il desiderio che suo padre potesse tornare da un istante all’altro.
Rimasero per altri istanti lì, l’uno accanto all’altra, in silenzio.

Poi, la donna prese per mano il figlio, e lo ricondusse a casa.

Il bambino si voltò indietro un’ultima volta, prima di chiudere la porta.
Si ripromise di ricordare sempre quella sera: così, se un giorno sarebbe tornato, l’avrebbe nuovamente mandato via.

Eppure, anche allora, sperò che un giorno avrebbe fatto ritorno.

Così chiuse definitivamente quell’uscio di dolore, sperando di cacciare via quella speranza una volta per tutte, assieme al freddo ed al gelo di quell’inverno ormai lontano.

I’m forced to fake a smile, a laugh everyday of my life
My heart can’t possibly break when it wasn’t even whole to start with



-…E poi, non tornò più- concluse lui cercando di non far trapelare l’amarezza della sua voce.

Lo fissasti intensamente, quel giorno. Gli avevi prestato un attenzione silenziosa, senza lasciarti scappare futili parole. Qualche sospiro incredulo, soffocato nel silenzio, per non interromperlo.
I tuoi occhi si specchiarono in lui. Erano verdi, come quelli della donna che amava.

Specchi troppo limpidi per una realtà così difficile da comprendere.

In quegli istanti ti chiedesti perché tuo nonno avesse fatto una cosa del genere.
Ci hai riflettuto tanto allora, ma non sei mai riuscita a trovare una risposta alla tua domanda.
D'altronde, tuo padre se l’era chiesto chissà quante volte. E alla fine forse anche lui aveva lasciato quel mistero nell’aria, poiché non vi aveva trovato alcuna soluzione. E perché infondo era inutile crogiolarsi ancora in quel pensiero, rinchiudersi nel passato, senza riuscire a trovare la serenità nel futuro.

Dopo qualche secondo prendesti coraggio e riuscisti a chiedere:
-ma… perché il nonno se ne andò? Non ti voleva più bene?-.
Avevi cinque anni, allora.
Eri nata ad Agosto, dopo che tua madre aveva avvisato tuo padre della tua venuta nel mese di Novembre, in una fredda sera d’inverno.
La tua sensibilità arrivò al cuore di tuo padre. Anche lui aveva avuto cinque anni. Ma era convinto di essere stato più duro e meno intelligente, alla tua età. Il suo sguardo vagò vacuo su di te, per poi dare spazio alla risposta:

-…no, credo che mi volesse davvero bene tesoro mio- riuscì a rivelare. Nessuno era mai riuscito a fargli confessare una cosa del genere. E tu riuscisti a capirlo.
Tuo padre era sempre stato troppo orgoglioso per ammettere una cosa del genere. Lo sapevi tu, lo sapeva la mamma.
-era solo spaventato…- continuò a dire -e così è andato via. Anch’io ho avuto paura, prima che tu nascessi-.
Il tuo candido volto vagò confuso, quasi rincuorato, che lui fosse ancora lì. E, quasi automaticamente, stringesti la tua mano in un pugno, afferrando la sua camicia. Come se avessi paura che lui potesse andarsene da un istante all’altro. Come una piccola preghiera affinché lui decidesse di restare.
Ti sembrò così vecchio e stanco, tutto a un tratto.

-…e…perché sei rimasto?- chiedesti infine.
Il tuo papà sorrise.
E quello, fu uno dei veri sorrisi del tuo papà.
Con il quale lo vedesti tornare ragazzo.
Il sorriso del tuo papà era sempre stato qualcosa di gioioso e coinvolgente. La mamma diceva che era un dono che possedeva da sempre. E che, in quegli istanti, seppe rasserenarti.

-mi è bastato guardarti negli occhi, cinque anni fa, per far svanire la paura che avevo dentro. Ricordo ancora quel giorno. La tua piccola mano strinse una delle mie dita, e ogni timore andò via. Sei stata tu a farmi coraggio, amore mio-.

Si porse su di te e ti baciò sulla fronte, accarezzandoti i capelli rosa.
Tu sorridesti felice, e lasciasti rilassare la mano ancora stretta inesorabilmente al suo vestito.

Il campanello suonò insistente.
-oh- disse lui –corri piccola, è la mamma!-.
Tu saltasti giù dalle sue ginocchia e corresti veloce all’ingresso, spalancando la porta ed accogliendo la donna che aveva sempre significato tutto, per te e papà.
-uh- disse lei –fa proprio freddo fuori!- posò l’ombrello per terra e fece per togliersi il cappotto.
Approfittavi sempre di quegli istanti. Cercando di non far rumore, cercasti di sgattaiolare fuori dalla porta.
-…Mirage…- mormorò la mamma -non osare sai, piccola birichina- ti riprese.

Tu ti fermasti di colpo, chiudendo la porta e fuoriuscendo una lingua colpevole.
-scusa mammina…- dicesti, correndo di nuovo dal tuo papà.
Lui intanto, aveva assistito alla scena e si era abbandonato ad una risata spontanea, facendo ondeggiare i capelli corvini.
-Hey tu, Ash Ketchum!- lo riprese la moglie –non ridere sai, tua figlia ha preso proprio da te!-
-lo so amore mio- disse lui, avvolgendola in un abbraccio –ma ha i tuoi occhi, Misty Williams. Quindi, ha anche un po’ di te-
-sia lodato il cielo allora!- esclamò Misty ridendo spensierata.
Tu li guardasti serena e ridesti assieme a loro, portando nella stanza una serenità che solo tu sapevi donare.
In questo somigliavi alla mamma, aveva detto papà.

In quegli istanti lui ti guardò, con occhi dolci ed innocenti.
Come se ti stesse dicendo “grazie per essere venuta”.

Lo guardasti ancora, sorridendo anche tu.
-Papà?-

-…si?-

-grazie per essere rimasto-.


"Forse rimarrai solo un fantasma per me, nonno.
Non riuscirò a ricordarti, ma una parte di te potrà sempre accompagnarmi.
Papà stesso sa che non ci sarai, che non mi prenderai in braccio e non mi coccolerai.
Nonostante sia io che lui, ne sono sicura, speriamo ancora in qualcosa.

Perché nonostante papà abbia smesso di credere nel tuo ritorno, continuerà a sperarci.
Glielo leggo negli occhi.
Continuerà a farlo, perché tu sei in lui.

Oggi, domani, per sempre."



Because of you I never stray too far from the sidewalk
Because of you I learned to play on the safe side so I don’t get hurt
Because of you I find it hard to trust not only me but everyone around me
Because of you... I am afraid.

…Because of you…




Fine

Val* <3

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Grazie alla mia nee-san Kogarashi *-*



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...Precious memories are to handle with care...

VeraxDrew

Grazie alla mia nee-chan Ayane*-*


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I bambini, strane creature, nonostante siano così piccoli da aver bisogno di protezione, riescono ad essere tremendamente forti, più degli adulti. Riescono dove loro non riescono, piangono quando sono tristi, mangiano quando hanno fame e dormono quando hanno sonno.
Ma ciò che rende davvero diverso il loro modo di essere con quello degli adulti è la semplicità…e quell’assoluta complicità che li rende irresistibili e al tempo stesso sinceri.


The Kiss of Innocence



Era una serata come tutte le altre, nella quale la luna è alta nel cielo scuro spruzzato da quelle macchie biancastre che singolarmente chiamiamo stelle. In quella semi oscurità rischiarata solo dalla luce proveniente dalla luna che riflette il chiarore del sole dall’altra parte del mondo s’intravedeva una piccola villetta, abbellita da un giardino molto ben curato, dal quale si vedevano spuntare inermi piccoli fiori, chiusi come se anche loro, come il resto di quella porzione di mondo, si fosse messa a dormire.

Non tutti però in realtà dormivano, c’era infatti, in quella villetta qualcuno che, andando contro le regole della natura vagava mezzo addormentato, strofinandosi teneramente gli occhi, sbadigliando e camminando in modo molto goffo, a causa del pigiamino troppo grande e stropicciato che gli finiva irrimediabilmente sotto la pianta dei piedini.

Un bambino dallo sguardo assonnato e dai folti capelli corvini camminava diretto probabilmente nella camera dei genitori, aprendola senza fare rumore e andando sempre in modo molto silenzioso ai piedi del letto.

“Mamma…” disse con la voce di chi a quell’età cerca di soffocare a stento il pianto.

Una donna nel letto si voltò leggermente, accorgendosi solo in un secondo momento di chi l’aveva chiamata e mettendosi seduta di botto.

“Ash, è successo qualcosa?” chiese preoccupata.

Il bambino soffocò un singhiozzo, coprendosi le ginocchia con l’orlo della maglia del pigiama, e la donna dallo sguardo dolce lo guardò da capo a piedi, prima di capire ciò che era successo a quel bambino.

“Hai fatto ancora la pipì a letto?”

Il bambino annuì sentendosi in colpa e soffocando un altro singhiozzo che però non sfuggì alla madre, che gli spettinò i capelli già scomposti e lo guardò sorridendo.

“Non importa, adesso ci cambiamo e poi vieni a dormire nel lettone con la mamma ok?”

Ash a quelle parole guardò la madre per un attimo, prima di sfoggiare un meraviglioso e intenso sorriso, forse più intenso di qualsiasi altro viso sulla faccia del pianeta.

La donna prese per mano il bambino, portandolo nella sua cameretta e prendendo dai cassetti i vestiti di ricambio, dopodichè tolse le lenzuola bagnate portandole in bagno e tornando poco dopo dal figlio.

“Andiamo a dormire Ash”

Il bambino annuì contento, abbracciando le gambe della donna, essendo ancora troppo piccolo per poter arrivare alla sua vita e lei lo prese in braccio, lasciando che le abbracciasse il collo e appoggiasse la sua testa sulla sua spalla.

“Ti voglio bene mamma”

La madre sorrise portandolo nella sua stanza e posandolo sul letto, attenta a non fargli male, dopodichè si distese di fianco a lui, abbracciando colui che per lei valeva più di qualsiasi altra cosa.

Il giorno dopo Ash fu svegliato dal cinguettio risoluto di alcuni uccellini che si erano posati sul davanzale della finestra aperta, si stiracchiò e saltò giu dal letto, correndo per il corridoio e poi giu dalle scale, dove una Delia indaffarata si dilettava alla pulizia della casa volgendo però, di tanto in tanto, lo sguardo verso il televisore.

Ash andò in cucina prendendo alcuni biscotti, e poi, attento a non fare briciole, si diresse sul divano della sala, curioso di vedere anche lui ciò che la madre stava guardando con così vivo interesse.

Alla televisione stavano trasmettendo uno strano film, dove alcune persone discutevano animatamente, finendo poi, con il far pace in un modo che meravigliò Ash, che strabuzzò gli occhi, facendoli diventare ancora più grandi e profondi di quello che già non fossero.

“Mamma, perché quei due signori si schiacciano la testa l’uno contro l’altra?” chiese ingenuamente, indicando la scena nel televisore.

Delia rise a quell’affermazione.

“Non si stanno schiacciando la testa Ash. Quello è un bacio”

“Un bacio? Ma i baci non si danno sulla guancia alla mamma?”

La donna rise gioiosamente.

“Oh Ash, resta sempre così ingenuo…” disse guardando il figlio che la guardava in modo interrogativo “Quel bacio che hai visto lo si dà alla persona che ci piace, alla quale vogliamo più bene”

“Oooh…” disse il bambino sorpreso, tornando a guardare il televisore.

La mattinata trascorse tranquilla e serena, e nel primo pomeriggio Delia decise di andare a fare delle compere, portando quindi Ash con sé.

“Mamma! Mi compri la sveglia dei Pokemon? Hanno fatto vedere la pubblicità alla televisione! Mi piace” disse il bambino mentre cercava di tenere il passo della madre sulla strada che portava nel centro città, dove solitamente si svolgeva il mercato.

“Vedremo, se ti comporterai bene è possibile”

“Evviva!” trillò il bambino di felicità, decidendo all’istante di comportarsi come un vero e proprio ometto educato.

Mentre la donna girovagava fra le bancarelle in cerca di possibili acquisti l’attenzione del bambino fu rapita da un bambino che gli passò di fianco con in bocca un pezzo di pane.

“Gary!” disse sorpreso vedendo il bambino dai capelli castani voltarsi e irrigidirsi di colpo.

“Oh guarda, ciao Ash!” rispose il bambino con un ghigno.

“Cosa ci fai qui?” chiese Ash lasciando la mano della madre che lo guardò per un attimo prima di venire rapita da un vestito di seta.

“Non allontanarti mi raccomando” disse prima di fiondarsi sull’abito prima che qualcun’altra potesse farlo.

Il bambino annuì, distogliendo poi l’attenzione da lei e riposandola sul bambino di fronte a lui.

“Dai, andiamo a fare un giro, ho trovato una cosa in un posto segreto” disse Gary facendo l’occhiolino nel modo di chi la sa lunga.

“Davvero?” disse a voce troppo alta e tappandosi subito la bocca con le manine, voltandosi verso la madre, che però non si era accorta di nulla “E dove?” chiese con un tono più basso.

“Seguimi” disse Gary facendo strada.

Il bambino annuì sorridente, ignorando l’avvertimento della madre e correndo fuori dal mercato insieme all’amico.

Una volta usciti dal mercato si diressero vicino a dove scorreva il piccolo fiume che fungeva da punto di riferimento per la ridente cittadina di Pallet.

“Dove?”

“E’ qui!” disse Gary orgoglioso della sua “scoperta” indicando il fiume.

Ash guardò meglio, notando soltanto come il dislivello del terreno scendesse fino a finire a ridosso degli argini del fiume.

“E allora? Io non vedo niente”

Gary sorrise soddisfatto “Ci sei cascato!” disse scoppiando a ridere e facendo arrabbiare Ash che si mise a rincorrere l’amico con le mani in alto chiuse a pugno.

“Brutto antipatico! Perché mi prendi sempre in giro?” disse Ash gonfiando le guance.

“Ash è un credulone!” lo canzonò Gary, continuando a correre ridendo.

“Sei cattivo!”

Nessuno dei due si accorse di essersi allontanato troppo dal mercato, e quando se ne accorsero Gary preoccupato per il fatto che il sole stesse tramontando corse via, ignorando le urla di Ash che si sentiva abbandonato dall’amico e che quindi cercava in tutti i modi di distoglierlo dal suo proposito di fuga.

Ma Gary non lo sentì, o probabilmente lo ignorò, perché il bambino si ritrovò d’un tratto solo, in un luogo che non aveva mai visitato se non con la vicinanza della madre.

“E ora che faccio…non conosco la strada di casa…mamma” disse con le lacrime agli occhi, ripercorrendo a ritroso la strada.

Improvvisamente il suo sguardo fu attirato da una massa rossa che faceva a pugni con il terreno erboso vicino all’argine del fiume, così si avvicinò scoprendo che quella massa informe altri non era che una bambina addormentata.

Ash si guardò in giro, cercando forse qualcuno che a parere suo potesse in qualche modo essere collegato alla bambina.

Quando non vide nessuno decise di avvicinarsi per provare a svegliarla, ma la piccola sembrava essere caduta in un sonno profondo.

“Oh, e ora?” chiese Ash guardandosi nuovamente attorno.

La sua attenzione fu però ancora attirata dai capelli di lei, che il tramonto aveva colorato ulteriormente. I capelli della bambina sembravano quasi attirare il colore del cielo e del sole, tanto erano rossi e lucenti.

“Che bel colore…” disse Ash tendendo la mano verso una piccola ciocca che era fuoriuscita dal codino laterale che li teneva legati.

Prese in mano la ciocca rendendosi conto di quanto fosse morbida e in un certo senso calda, come se davvero il sole fosse parte di lei.

“Sembra la figlia del sole…mi piace”

“Non si stanno schiacciando la testa Ash. Quello è un bacio”

“Un bacio? Ma i baci non si danno sulla guancia alla mamma?”

“Quel bacio che hai visto lo si dà alla persona che ci piace, alla quale vogliamo più bene”


Le parole della madre gli tornarono in mente improvvisamente, vivide quasi come se fossero state reali, come se vicino a lui ci fosse davvero sua madre a sussurrargliele all’orecchio.

E senza una spiegazione logica, senza nessun pensiero coerente si sporse verso il viso della bambina, poggiando le labbra su quelle di lei, in qualcosa di vagamente famigliare ad un bacio.

Si alzò pochi attimi dopo, guardando ancora la bambina che non accortasi di nulla dormiva beatamente.

Il bambino sorrise gioioso, quando improvvisamente la voce di una donna lo distolsero dai suoi pensieri di bimbo.

“Ash! Razza di monello! Non sai quanto mi hai fatto preoccupare” disse Delia correndo da lui e abbracciandolo stretto.

Non si accorse della bambina vicino a suo figlio, forse, la paura che aveva provato quando si era resa conto di averlo perso era stata talmente grande da farle perdere la cognizione di ciò che c’era intorno a lui.

Al suo mondo: Ash.

“Avanti, torniamo a casa adesso” disse estraendo da una borsa una piccola sveglia a forma di sfera pokè.

Ash s’illuminò felice, prendendo in mano quella sfera elettrizzato.

“Era questa vero?” chiese la madre.

“Si!” rispose contento Ash, prendendo la mano della madre ed incamminandosi con lei verso casa entusiasta di aver ricevuto quel regalo.

Si ricordò dopo della bambina dai capelli di fuoco e si voltò verso di lei, cercando di imprimere forse per l’ultima volta quel colore che l’aveva talmente colpito.

E gli tornò in mente il bacio.

“Mamma, sai? Ho baciato il sole!” disse.

“Come?” chiese la madre confusa.

“Si” rispose lui sorridendo sfoggiando un sorriso furbetto e al tempo stesso ingenuo.

Nel frattempo un uomo dai folti capelli castani e gli occhi azzurri si era accovacciato vicino alla bambina, scuotendola dolcemente per farla svegliare.

“Misty?” disse con voce dolce.

“Mmmh…sei tornato papà” rispose la bambina strofinandosi gli occhi di un immenso colore verde.

“Non dirmi che ti sei addormentata in un posto simile”

“C’era l’acqua…” rispose la bambina in sua difesa mentre le sue guance s’imporporavano appena di un tenue colore rosso.

“Sei incredibile bambina mia” disse il padre poggiando la sua grande mano sulla testa della bimba che sorrise e prendendo poi la figlia teneramente sulle spalle.

“Scusa se ci ho messo tanto, ho dovuto sistemare delle cose per la palestra” disse.

La bambina scosse la testa tranquillamente “Non fa niente, in fondo sei venuto a prendermi” disse abbracciando il collo del padre e chiudendo gli occhi ancora mezza assonnata.

“Torniamo a casa piccola”

La bimba annuì, soffocando una piccola e cristallina risata che però non sfuggì all’uomo che si voltò verso il viso della bambina.

“Che c’è Misty? Mi sembri felice” disse l’uomo, notando il sorriso sulle labbra della figlia e la tranquillità che forse, a suo avviso non la caratterizzava.

“Credo…di aver fatto un bel sogno…” disse semplicemente e in quel momento una strana sensazione la pervase, una sensazione strana e dolce.

Una piacevole sensazione di affetto…


FINE

Edited by *KoGaRaShI* - 20/7/2008, 21:49

 
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Eccomi finalmente >.<

Forget to remember


please say my name, remember who I am
you will find me in the world of yesterday
you drift away again, too far from where I am
when you ask me who I am



Ricordo il dolore.
No, in realtà non è proprio vero. Non penso che si possa veramente
ricordare il dolore, e ora che è passato del tempo quello che mi è rimasto è un ricordo piuttosto vago. Non era vago allora, e faceva un male cane, un male tale da non poter essere descritto, e questo è tutto quello che so.
La prima immagine che ho è di Misty – ora so che era lei – in piedi in fondo al mio letto. Non riesco a vederla bene, sbatto le palpebre e l’immagine rimane confusa e penso che dev’essere perché la testa mi fa così dannatamente male, così male che non ce la faccio neppure a tenere gli occhi aperti e allora li richiudo. Prima di quello, so solo di essermi risvegliato in quel letto ritrovandomi mezzo stordito dal dolore ancora prima di poter realizzare che sì, sono ancora vivo e ancora tutto intero, o così pare, anche se mi sembra che la testa mi sia stata sbattuta contro il muro fino ad andare in pezzi e poi malamente rimessa insieme.
Il mio secondo ricordo, dopo quello di essermi risvegliato in mezzo a quel male lancinante, è l’immagine che dal nulla mi si è formata dietro le palpebre chiuse per un istante. L’asfalto che mi viene incontro ad una velocità spaventosa, fino a che non riesco a vedere ogni irregolarità ed ogni crepa. Non so cosa voglia dire e non mi importa, non ora che mi sembra che la testa stia per esplodermi. Il dolore ha ingoiato tutto il resto al punto che provo a urlare, e scopro di non riuscirci, ho la gola così secca che quando provo a inghiottire la sento bruciare e a un tratto voglio dell’acqua, provo a chiederne ma non riesco neppure a formulare la parola, non riesco neppure a pensarla.
Più tardi avrei pensato di nuovo a quell’immagine. L’asfalto che mi precipitava contro, o il contrario, io che precipitavo contro l’asfalto. Ci avrei pensato mentre qualunque antidolorifico mi fosse stato somministrato iniziava a fare effetto. Sarebbe stato solo allora che mi sarei reso conto che tutto quello che riuscivo a ricordare si fermava lì. L’asfalto che mi precipitava contro. Più indietro non riuscivo ad andare.
Ci avrei pensato, ma non ora. Ora fa troppo male per poterci pensare. Ho la gola che brucia e voglio dell’acqua, ma non trovo più le parole per chiederla, e allora apro gli occhi e vedo la ragazza con i capelli rossi in piedi in fondo al mio letto ma è un’immagine
sbagliata, confusa e vaga come se la vedessi attraverso la nebbia, e ora vedo anche la luce che entra dalla finestra dietro di lei e mi fa dolere la testa ancora di più, e richiudo gli occhi.
Lei mi corre incontro. Sento il rumore dei suoi passi e poi la sento prendermi la mano, e cerco di stringerla anche se non so bene perché e non capisco, ma non ci riesco molto bene. A lei sembra bastare.
«Sei sveglio?» mi dice e sento che la voce le trema, ma sento anche che è una voce che dovrei conoscere, che dovrebbero esserci un volto ed un nome da associare a quella voce e che prima ci sono stati, ma adesso per qualche motivo non riesco più a raggiungerli. Ho paura e cerco di nuovo di gridare, e stavolta ci riesco, anche se non proprio, anche se somiglia più a un gemito, ma non importa. Gemo e lei cerca di calmarmi, mi accarezza la testa e mi dice che va tutto bene, ma io penso che non è vero, non è vero.
Questo è più o meno quello che ricordo del momento in cui ho riaperto gli occhi dopo aver perso il controllo del pokemon che stavo cercando di cavalcare ed essere stato disarcionato e scagliato contro l’asfalto. L’impressione che ebbi appena sveglio, che la mia testa fosse andata in pezzi e fosse poi stata rimessa insieme in malo modo, non era poi del tutto distante della realtà. Più avanti, quando il dolore è scemato e sono stato in grado di pensare di nuovo, ho saputo di aver riportato nell’impatto una frattura al cranio. Non grave, ma avrei comunque potuto rimetterci la pelle e non è successo; ne ha risentito però un’area del mio cervello, quella responsabile della memoria.
Stavo ancora troppo male per saperlo, ma quando mi risvegliai in un letto del Cianwood City Memorial con la testa avvolta dalle bende lo feci senza ricordare chi fossi o come mi chiamassi, o chi fosse la ragazza con i capelli rossi che mi teneva la mano e cercava di calmarmi.


Si voltò all’indietro, mentre continuava ad accarezzargli i capelli scuri che sbucavano disordinati al di sopra delle bende. «Brock, per favore, vai a cercare un medico.» disse, ma già lui stava andando verso la porta. Lo vide voltarsi indietro e annuire prima di uscire in corridoio, e tornò a voltarsi verso Ash, con il cuore che non accennava a smettere di pomparle il sangue nelle vene ad una velocità almeno tripla al normale.
«Tranquillo.» cercò di nuovo di rassicurarlo, e stavolta le parve che lui si calmasse un pochino «Stai tranquillo, è tutto a posto, va tutto bene…»
Ash smise di agitarsi. Misty gli prese di nuovo la mano e provò ancora una volta a chiamarlo; per tutta risposta lui voltò la testa, serrando le palpebre con un mugolio sommesso.
«Va tutto bene.» gli ripeté di nuovo, stavolta in un sussurro, e allora lo vide rilassarsi un pochino, abbandonandosi mollemente sul letto.
Gli stava ancora tenendo la mano quando Brock rientrò, stavolta seguito dal medico che aveva in cura Ash. L’uomo in camice bianco raggiunse rapidamente il letto spingendola a farsi da parte, anche se a malincuore. Ash mormorò qualcosa e cercò di tendere la mano verso di lei appena Misty lasciò andare la sua.
«Da quanto tempo è sveglio?» domandò il medico.
«Solo pochi minuti.» rispose la ragazza. Si strinse le mani al seno, serrandole così forte da farle tremare.
Il medico di Ash – Misty tentò di ricordare come si chiamasse e in quel momento non ci riuscì – si chinò verso il letto ed estrasse da una delle tasche del camice quella che pareva una piccola torcia elettrica. La accese (più tardi, quando avrebbe provato a chiedere, Misty avrebbe saputo che si trattava dello strumento utilizzato per controllare la reazione delle pupille) e diresse il sottile raggio di luce verso gli occhi di Ash, che voltò di scatto la testa cercando di sottrarsi e riprese ad agitarsi, tanto che addirittura le parve che rischiasse di strapparsi via l’ago della flebo che aveva infilato nel braccio. Mosse quasi inconsciamente un passo verso di lui e Brock la trattenne, afferrandola per una spalla. Il medico
(Johnson ecco come si chiama)
borbottò qualcosa e ripose la torcia per estrarre dalla tasca del camice qualcos’altro che Misty non riuscì a mettere a fuoco fino a che la mano dell’uomo non ne fece saltar via il cappuccio di plastica che proteggeva l’ago. Una siringa. Johnson iniettò il liquido che conteneva all’interno del tubicino sottile della flebo.
«Cos’è…?» domandò Misty con un filo di voce.
«Un sedativo.» le rispose Johnson «Calmerà il dolore e lo farà dormire per qualche ora.»
Misty ingoiò a vuoto, sentendo di nuovo le lacrime che le riempivano gli occhi. Si sforzò di ricacciarle indietro.
«Ma… sta bene? Starà bene, vero?»
«Al momento mi è impossibile dirlo.» sospirò il medico. La ragazza spazzò via con il dorso della mano l’unica lacrima che minacciava di caderle sulla guancia davvero e raggiunse di nuovo il letto, dove Ash si agitava ancora, ma molto più debolmente.
«Va tutto bene.» gli sussurrò di nuovo. Gli prese la mano e Ash strinse la sua per un momento prima di arrendersi del tutto all’effetto del sedativo, scivolando nel sonno.
Misty si lasciò sfuggire un singhiozzo. Sollevò dolcemente la sua mano e vi appoggiò la guancia.
Il dottor Johnson aveva già parlato loro delle possibili conseguenze che un trauma alla testa come quello che Ash aveva subito avrebbe potuto comportare e in quel momento, per la prima volta, le parvero tutte possibilità molto concrete e molto vicine.
«Va tutto bene.» mormorò di nuovo. Stavolta a se stessa.

Avrei saputo più avanti che ero rimasto privo di sensi per più di ventiquattr’ore, e che Misty le aveva passate tutte al mio fianco.
Quando mi svegliai di nuovo la trovai ancora lì, stavolta seduta sulla sedia accanto al mio letto. Teneva sulle ginocchia una rivista che sfogliava con una sola mano, perché con l’altra teneva la mia. A quel punto il dolore alla testa era ancora tenuto a bada dall’effetto del sedativo; è per questo, credo, che quella che riuscii a registrare fu un’immagine molto più chiara.
È il mio primo vero ricordo. La ragazza dai capelli rossi seduta al mio fianco, con la mano stretta nella mia. La guardo e vedo che ha gli occhi arrossati e cerchiati e vedo anche che non si è accorta che sono sveglio. Cerco di chiamarla, ma il suo nome è da qualche parte nella mia testa, e so che c’è, eppure non riesco a trovarlo. Allora le stringo la mano.
Lei sussulta e alza gli occhi di scatto. La rivista le cade dalle ginocchia. La lascia dov’è e si sporge verso di me.
«Ash…»
È il mio nome, penso, eppure è come se adesso non significasse nulla. Provo a dirlo, ma ho la gola talmente secca che non riesco a parlare. Sul comò dall’altro lato del mio letto c’è una caraffa d’acqua. Cercò di prenderla, ma la mano mi ricade giù dopo pochi centimetri. La guardo, appoggiata sulle lenzuola, come se non fosse mia. Provo a stringere il pugno e il pugno si stringe. È davvero la mia mano.
Guardo di nuovo la caraffa d’acqua.
«Vuoi bere?» mi domanda la ragazza e io annuisco.
Si sporge sopra di me per raggiungere il comò sul lato opposto del letto, e per un momento, per un motivo che non so, vorrei aggrapparmi a lei. Per un motivo che non so penso che se lo facessi avrei meno paura.
Mi riempie un bicchiere d’acqua e si china verso di me per aiutarmi a bere. Mi brucia la gola e l’acqua fredda mi fa sentire immensamente meglio. Quando posa il bicchiere vuoto sul comò provo a ringraziarla e stavolta ci riesco.
«…grazie…»
È la prima parola che ricordo di aver detto. A lei brillano gli occhi e mi sorride.
Provo di nuovo.
«N-non…»
Non riesco ad andare avanti. Lei mi prende la mano di nuovo.
«Cosa c’è?»
«Non…» mi fermo di nuovo perché non trovo la parola, allora provo a concentrarmi anche se la testa mi fa male di nuovo e la parola arriva. «Non riesco… a ricordare niente…»
Spalanca gli occhi e ora sembra spaventata. Lo sono anche io. Stringo la sua mano più forte.
«Cosa… che vuol dire che non riesci a ricordare niente?»
Scuoto la testa. Non so cosa dire. Se provo ad andare indietro vedo solo l’asfalto che mi viene incontro e poi più niente, ma non so come spiegarlo.
Vedo i suoi occhi riempirsi di lacrime.
«Non ti ricordi chi sono?»
Vorrei dirle che sì, mi ricordo, perché vederla piangere mi fa stare peggio. Ma non posso, perché non è vero. Scuoto la testa di nuovo e sembra che lei stia per iniziare a piangere davvero. «…mi dispiace…» sussurro e provo a forzarmi di ricordare, ma il dolore torna in una fitta così lancinante che per un momento mi acceca. Chiudo gli occhi, aggrappandomi alla mano di lei.
«Mi fa… male la testa…»
«Non ti sforzare.» mi dice. Anche dalla voce sento che sta per piangere. «Adesso riposati e basta, d’accordo? Andrà tutto bene. Ricorderai.»
So che sta solo cercando di tranquillizzarmi e che in realtà non lo sa. Ho paura, attorno a me ci sono solo cose di cui non conosco o non ricordo il nome e non ricordarlo mi spaventa.
Non lasciarmi la mano, penso, e lei forse indovina il mio pensiero, perché non lo fa.


Alla fine pianse. Non avrebbe voluto farlo, non davanti a lui, per non spaventarlo ancora di più; ma infine non riuscì più a trattenersi. Fu quando Ash le domandò come si chiamasse. Riuscì a rispondergli e poi abbassò la testa di scatto, portandosi una mano al viso. «Scusa.» mormorò, cercando di trattenere i singhiozzi «Scusami… non volevo piangere…»
Tacque di colpo quando la mano di Ash le sfiorò una guancia. Alzò gli occhi, ora pieni di lacrime, e lui si sforzò di rivolgerle un sorriso prima di lasciar ricadere il braccio, ancora molto debole.
«Va tutto bene… vero…?» le domandò in un sussurro.
Misty si asciugò le lacrime e tirò su col naso. «Sì, va tutto bene.» sussurrò. Gli sorrise a sua volta, ma durò poco più di un istante. Poi le lacrime le salirono agli occhi di nuovo.
Sarebbe forse scoppiata in singhiozzi un’altra volta se Brock non fosse entrato in quel momento. Ash lo vide e istintivamente cercò di ritrarsi contro il cuscino, cercando la mano di Misty da stringere. «Tranquillo.» lo rassicurò lei. Gli prese la mano fra le sue. «È Brock. È un amico.»
Brock le indirizzò un’occhiata interrogativa.
«Non si ricorda niente.» spiegò Misty in un sussurro. Abbassò lo sguardo, mordendosi il labbro inferiore. «Non sa neppure chi sono.»
Sentì la mano di Ash tremare appena.
Brock si fermò dov’era, interdetto. «…Vado a chiamare il medico.» disse infine ed uscì di nuovo.
Quando Misty tornò a volgere lo sguardo verso Ash vide che era lui, ora, ad avere gli occhi pieni di lacrime.
«Ho… paura…» mormorò, dopo un attimo «Perché non riesco a ricordare niente…?»
Misty tacque per un momento. Poi si chinò verso di lui e lo abbracciò, attenta a non fargli male.

Il dottor Johnson la chiamò amnesia transitoria. Non che questo la rendesse meno spaventosa trovandocisi dentro, e immagino che neppure rassicurasse Misty.
Misty. Un altro ricordo che ho è di averla sempre avuta accanto. Non so immaginare quanto le sia costato farlo quando per me era quasi un’estranea (dovetti domandarle come si chiamasse, e la feci piangere, questo me lo ricordo bene), e penso che se glielo domandassi ora mi direbbe che sono uno stupido se davvero credo che starmi vicina sia stato un peso per lei. Penso anche che non sarebbe la verità, però, o almeno non del tutto. Penso che più di una volta sia andata a piangere fuori dalla stanza, o in bagno, o comunque dove non potevo vederla.
Non è solo per questo che le sono grato di essermi stata accanto, però.
No. Il motivo per cui le sono grato di essermi stata accanto, il motivo vero intendo, è che per qualche ragione che ancora oggi non capisco bene era l’unica persona con la quale mi sentissi istintivamente al sicuro.
Come se qualcosa, da qualche parte nella mia mente, non fosse stato cancellato del tutto e continuasse a ripetermi che non mi avrebbe mai fatto male.
Ho un ricordo più chiaro degli altri: io, seduto sul letto con la schiena appoggiata al cuscino e con la testa che fa un po’ meno male, a cercare di rispondere alle domande del dottor Johnson.
Mi domanda se ricordo come mi chiamo, dove sono nato, come si chiama mia madre, e io vorrei mettermi a gridare perché ad ogni domanda nella mia mente c’è solo altro vuoto. Stringo le mani sul lenzuolo, sentendomi bruciare il viso per la rabbia e la frustrazione. Stanno iniziando a bruciarmi anche gli occhi, e rendermi conto di essere sul punto di piangere mi fa sentire peggio.
Johnson scuote la testa, riponendo la cartella che ha in mano. «Va bene, basta così.» dice, e io tengo la testa abbassata perché non veda le lacrime.
Appena esce, Misty appoggia una mano sulla mia.
«Ehi.» mi dice «È tutto a posto, d’accordo? Ricorderai.»
Vorrei crederle, sul serio, ma non riuscire a rispondere a nessuna delle domande del medico mi ha sconfortato a tal punto che non riesco neppure a fingere.
«E se non dovessi ricordare…?»
Misty stringe la mano sulla mia. Alzo gli occhi.
«Ti aiuterò io.» sussurra «Se sarà necessario… ti racconterò tutto dall’inizio…»
Cerco di asciugarmi le lacrime, ma prima che possa davvero riuscirci mi sfugge un singhiozzo. Misty si piega verso di me e mi abbraccia.
Appoggio il viso contro la sua spalla.
«Misty…»
«Cosa c’è?»
«…io… credo… di volerti bene…»
Lei rimane immobile per un istante, poi mi stringe più forte. «Anch’io ti voglio bene Ash.» sussurra, e sento la sua voce tremare appena.
È il ricordo più chiaro fra quelli del periodo trascorso in ospedale. Ho altri ricordi, poi. Misty che mi parla del mio sogno di diventare pokemon master.
Misty che mi racconta della prima volta che ci siamo incontrati.
In tutti i miei ricordi lei è sempre lì, al mio fianco.
Ma nessuno è ancora chiaro e limpido come quello di lei che mi abbraccia e sussurra “Anch’io ti voglio bene”.


«Ciao, Ash.»
Fu circa una settimana dopo il giorno in cui aveva detto a Misty Credo di volerti bene. Misty entrò nella stanza con un sorriso, come sempre. Si era svegliato da poco, e si mise a sedere stiracchiandosi, e restituendole il saluto. «Ciao Misty.»
Lei si sedette sulla sedia di fianco al letto. «Come va la testa?»
«Meglio.» rispose Ash. Scrollò le spalle. «In fondo mi dici sempre che ho la testa dura, no?»
Misty iniziò a piegare di nuovo le labbra in un sorriso, poi si bloccò di colpo.
«…Cos’hai detto?»
Ash la guardò. «Che mi dici sempre…» poi si fermò di colpo, realizzando.
Per un momento lei non osò dire nulla. «Ti ricordi…?» mormorò infine.
Il ragazzo scosse la testa. «No… io… non so perché l’ho detto…»
Si portò una mano alla testa, massaggiandosi piano le tempie, cercando di afferrare quel qualcosa che per un momento era affiorato. Le mani di Misty si appoggiarono sul suo braccio, afferrandolo quasi convulsamente. La vide sorridere, quando tornò a guardarla, sorridere davvero, con gli occhi lucidi.
«Va bene.» gli disse Misty «Stai iniziando a ricordare. È già qualcosa, è già un inizio…»
Ash tacque.
Poi, in un sussurro: «Mi ricordo della bicicletta.»
Lei sorrise di nuovo, ma stavolta fu un sorriso incerto, forzato.
«Te l’ho raccontato io…»
Lui scosse la testa. Il suo sguardo si perse e per un momento a lei parve che le guardasse attraverso. «No… mi ricordo… non proprio bene, però… mi ricordo della bicicletta…»
Misty rimase a guardarlo. Una lacrima le cadde lentamente sulla guancia.
«Misty?» Ash aggrottò le sopracciglia, senza capire «Stai piangendo…?»
«Sono felice.» disse lei. Tirò su col naso, cercando di asciugarsi gli occhi. «Sono felice, Ash, non immagini quanto…»
Ma lo immaginava. Non avrebbe osato definirsi felice in quel momento, non proprio, non ancora; temeva ancora troppo che quello che gli era riaffiorato alla memoria potesse perdersi di nuovo. Però ci credette. Per la prima volta da quando aveva ripreso conoscenza credeva davvero che sarebbe andato tutto a posto.
Ci credette ancora di più quando Misty si piegò verso di lui e lo baciò su una guancia.

La memoria non mi tornò di colpo, ma lentamente, poco alla volta. Ancora oggi di tanto in tanto ci sono dei momenti di buio. Forse non si colmeranno mai del tutto, ma va bene così. Mi ritengo sufficientemente fortunato a non essere ancora in quel letto, a tentare inutilmente di trovare una risposta ad una domanda semplice come “Dove sei nato”.
Mi ritengo sufficientemente fortunato anche a non averci lasciato le penne, quel giorno. Non c’è mancato molto, e lo so.
Il dottor Johnson, il mio medico, dice che è probabile che i momenti di vuoto nella mia memoria resteranno probabilmente qualcosa con cui dovrò fare i conti per il resto della mia vita, così come i mal di testa. Credo di potermi abituare all’idea. Come ho detto, va bene così. Se l’impatto con l’asfalto fosse stato solo un po’ più violento potrei essere morto, o immobilizzato in un letto, attaccato per il resto dei miei giorni ad un respiratore.
E poi ci sarà sempre Misty ad aiutarmi a colmare quei vuoti. Se un giorno mi trovassi a non ricordare di che colore fosse la bici che le distrussi, o cosa mi disse la prima volta che la incontrai, potrò sempre andare da lei e chiederle di raccontarmelo. E so che lo farà. So che, se ce ne sarà bisogno, ricorderà per entrambi.
«Prenderai freddo.» mi dice ora.
Sussulto e mi volto verso di lei, in piedi sulla porta del balcone.
Sorrido. «Sto bene.»
«Non ne dubito.» dice lei. Mi si avvicina e si ferma vicino a me. «Non riuscivi a dormire?»
«Indovinato.» rispondo. Misty si appoggia alla balaustra del balcone. I capelli, per una volta sciolti, le scivolano in parte sul viso.
Appoggio una mano sulla sua e lei me la stringe.


*

Grazie, Misty.



Note a margine <3
Primo: è veramente possibile perdere la memoria, o parte delle capacità di linguaggio, a seguito di un trauma alla testa; il modo in cui l'ho descritto io è però molto romanzato (e molto ispirato dalla lettura di "Duma Key" di Stephen King), perché dopo aver passato ore a cercare su google informazioni in proposito ho concluso che scrivere qualcosa di verosimile sarebbe stato troppo complicato.
Secondo: questa fic avrebbe dovuto essere più lunga, ma dato che io avevo stabilito come lunghezza massima per le fic del contest sei/sette pagine (chiamasi "fregarsi da soli") ho dovuto tagliare qualche pezzo e alla fine è risultata parecchio più corta di quanto non credessi.
Terzo: "Forget to Remember" è il titolo di una canzone degli Autumn. La citazione all'inizio invece è tratta da "Say my name" dei Within Temptation (<33).
Detto questo, spero che la fic vi sia piaciuta ^__^

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Lasciami vivere così
senza confini dentro me
la mia natura è andare via
tra vita e sogno

Lasciami vivere così
sull'onda che non riposa mai
negli orizzonti liberi
tra vita e sogno


f o r u m
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s i t i
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p e t i z i o n i & i n i z i a t i v e
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* * *
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"Ho imparato che il domani non c'è
ma le strade dei sogni non finiscono mai."

Valentina Giovagnini

 
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I will never forget you





Cammino piano, un passo dopo l’altro, per non inciampare sul pavimento freddo. Non vedo niente, c’è buio pesto; più vado avanti e più mi sento degli occhi malvagi da ogni parte puntati addosso.
“E’ solo una sensazione” mi ripeto, deglutendo a fatica. Non riesco a dormire, devo prendere un bicchiere d’acqua, anche se non so da dove cominciare a cercare. Questo posto è troppo, troppo grande per una bambina di cinque anni e, per di più, in piena oscurità.
Ma la mamma dice che dovrò restare qui solo per poco tempo, che troverà una sistemazione più comoda. Non vedo l’ora di vivere insieme, io e lei, come quando ero piccola. Sì, lei dice che stavamo bene insieme, solo noi due, anche se io non posso ricordarmi. E io le credo, è la persona più buona del mondo. Voglio andare lontano, lontano da questo luogo tetro e da queste persone che non mi fanno sentire a mio agio, mi danno una brutta impressione.
Delle voci echeggiano davanti a me, oltre una spessa parete. Una volta che i miei occhi si sono abituati al buio, riesco a scorgere la sagoma di un’enorme porta.
La sfioro con la mano alla ricerca di una maniglia, mentre le voci si fanno sempre più distinte e capisco che appartengono a due donne. La trovo tastando il legno duro più a destra, la afferro e cerco di tirarla verso di me. La porta è piuttosto pesante, ma mi basta aprirla tanto da sbirciare con un occhio e nessuna delle due donne all’interno si accorge di me. Le gambe mi tremano e comincio a sudare, mentre passo lo sguardo da un punto all’altro della stanza, cercando qualcosa che possa assomigliare a un rubinetto o ad una bottiglia d’acqua.
C’è un camino, lì dentro, spento. Appena accanto, noto una poltrona e riconosco la donna seduta sopra. Ha lunghi capelli neri ed è molto bella. Credo sia non più giovanissima, ma non dimostra la sua età. La mamma dice che ha anche un figlio che ha qualche anno più di me, ma non l’ho mai visto. Comunque, credo che sia tanto bella quanto cattiva. Non lo so il perché. So solo che, quando incontro per caso il suo sguardo, quegli occhi freddi e glaciali mi fanno paura. A fianco a lei, quel Pokèmon felino che un po’ mi spaventa, fa le fusa. E, poco più in là, scorgo mia madre. I lunghi capelli che le arrivano dopo le spalle e la sua voce sono le due sue caratteristiche che riconoscerei tra mille.
“Sono onorata di far parte del Team Rocket, mi creda, Madame. Per lei qualsiasi cosa” sta dicendo a quella donna, inchinandosi leggermente.
“Sei la recluta più efficiente che avessi mai avuto. Mi fido di te, sei la migliore. Tu sei l’esempio che gli altri membri del nostro Team dovrebbero prendere in considerazione”
“Sì, Madame”.
Che strano. Tutti gli uomini e le donne di questo posto sono vestiti uguali, di nero, con una grossa “R” rossa stampata sul petto. Tutti. Tranne questa donna. Mia mamma mi ha spiegato che è una divisa, per rendersi uguali, per far capire alla gente che fanno tutti parte di un gruppo. Come degli amici. Ma sono pronta a scommettere che molti di questi signori mia mamma neanche li conosce. Non sono amici, non sono brave persone.
“Mi hanno finanziato la spedizione nelle Ande. Alcuni miei agenti adesso sono già in posizione, pronti a non far passare nessuno. So che difficilmente qualcuno si arrampicherebbe lassù…ma abbiamo prove certe che quel Pokèmon esista. Registrazioni concrete. E’ possibile che non siamo gli unici a saperlo, dobbiamo essere preparati a ogni evenienza. E sai cosa significa questo?”.
Mia madre non risponde, quasi non fosse lì, in quel momento.
“Che Mew, sarà mio. E di conseguenza tanti soldi per me e…il futuro di Giovanni sarà assicurato. Sarà un grande capo per il Team Rocket” riprende poi la donna, con un tono di voce che non mi piace.
Dopodichè, non so come, ma sento che prende a fissare mia madre. E sono contenta di non poter vedere quegli occhi ancora una volta.
“Ho capito, Madame” le risponde poi mia mamma, inchinandosi di nuovo.
“La bambina?”
“La affiderò presto a persone fidate”
“Bene. Non voglio interferenze”
“Jessie ne starà fuori”.
Si nota chiaramente un segno di consenso della donna dai capelli scuri, dopodichè aggiunge: “Puoi andare, domani sarà una giornata impegnativa”.
Mia madre fa un breve cenno con la testa. Prima che si possa voltare, lascio andare piano la porta e scappo a letto, dimenticandomi di avere sete.


“Non può abbandonarmi, non può. Non mi lasciare, mamma”.


La mamma si è vestita con la solita divisa nera e gli stivali bianchi. Ogni tanto mi accenna qualche sorriso, ma non mi dice niente. Sembra preoccupata. Sembra che debba fare qualcosa che non vuole fare per niente al mondo. E io non voglio che mi lasci. Ho solo lei.
Si inginocchia di fronte a me e mi appoggia le mani sulle spalle, guardandomi.
“Jessica, prendi le tue cose, ce ne andiamo”
“Dove?”
“Da dei signori che si occuperanno di te, solo per alcuni giorni, mentre la mamma è via…”
“Sono cattivi anche questi signori?”.
Lei mi osserva, stupita.
“Cosa?”
“Sono cattivi come la signora che parla sempre con te?”.
Mi accarezza la testa e sorride. I suoi occhi trasmettono solo dolcezza, in questo momento. Solo per me.
“Chi ti dice queste brutte cose?”
“Lo so che ti costringono a fare cose cattive, come adesso. Ma io lo so che tu non sei come loro. Da grande voglio essere come te”.
Mi sorride, rimanendo in silenzio per parecchi secondi.

“Ha bisogno di vivere nella speranza che io possa tornare, almeno per adesso. Non posso dirle la verità, non posso dirle che potremmo non vederci mai più…”

“Sappi solo…che ti voglio bene e te ne vorrò sempre, Jessie. Tieni” dice poi, porgendomi una foto. La sua foto, risalente forse a prima che io nascessi. I suoi capelli viola erano un po’ più corti, ma non aveva la divisa con la “R” rossa. Guardo prima la foto, poi lei, cercando un qualche collegamento.
“Quando non ci sono e avrai bisogno di me, guarda questa foto e capirai che io sarò sempre con te. In ogni momento”.
Scoppio a piangere e l’abbraccio, la stringo come non ho mai fatto prima. E’ come se la vedessi per l’ultima volta, non riesco a spiegarmelo.
Mi stringe anche lei, forte.
“Su, tesoro non piangere. Dai, ci vedremo presto. Adesso andiamo, però”.
Annuisco e si alza in piedi, mi fa l’occhiolino continuando a sorridermi. Non dimenticherò mai quel volto sorridente. Eppure, lo so, così infinitamente buono.


“Nessun Pokèmon leggendario è stato avvistato, fino ad ora” dice una recluta, andando incontro Miyamoto, “mi spiace. Siamo qui da più di ventiquatt’ore eppure…”
“Perché siete già scesi? Dovevate salire più in alto e rimanere nascosti!”
“Tutti gli agenti sono stanchi e vorrebbero riposare. Inoltre, più in alto di dov’eravamo avremmo rischiato di essere travolti da qualche frana e…”
“Non mi importa! Bisogna trovare Mew, questi sono ordini dall’alto!”
“Lo so, Miyamoto, ma…”
“Lascia stare”, lo interrompe lei, “andrò da sola fino in cima, se sarà necessario”.
Comincia a camminare sulla lunga distesa bianca di neve che le copre le ginocchia, ma si deve fermare non appena il suo compagno di squadra la blocca.
“Che cosa vuoi fare?!? E’ pericoloso, aspetteremo domani, ragiona!”
“Non mi interessa! Ho deciso di andarci ora ed è inutile insistere. Dì agli altri che vi raggiungo dopo”.
Continua il lavoro iniziato, sotto lo sguardo sbigottito di altre reclute che si chiedono come mai Miyamoto abbia tanto a cuore questa missione.
Sono passate ore e non è ancora riuscita a raggiungere la cima. Il freddo è come tanti aghi che la torturano lungo tutto il corpo, ma non si arrende.
Per un istante, il viso di sua figlia le viene in mente. Sorridente, allegra, solare. Esattamente come lei quand’era piccola.
Si aggrappa ad uno spesso strato di roccia e rimane lì qualche secondo, giusto il tempo di riprendersi.
All’improvviso, dal nulla, uno strano cigolio. Non forte, ma che riconoscerebbe subito. E’ il verso di un Pokèmon, un verso che è riuscita a registrare anche in America, nella giungla. Il cuore le batte a mille mentre, davanti a lei, appare un essere volante, piccolo, con una lunga coda.
“Mew!” esclama Miyamoto, fissando quel musetto rosa. Il piccolo Pokèmon la guarda con degli occhi azzurri che lei non ha mai visto prima di allora, intensi.
Non prova a toccarlo, non allunga la mano per paura che fugga via intimorito.
Miyamoto fa la cosa più spontanea che le viene in mente in quel momento. Si fruga in tasca e tira fuori una foto. Dopodichè la volta verso Mew.
Il Pokèmon leggendario si avvicina, un po’ intimorito, e osserva attento.
“Questa è mia figlia. Si chiama Jessie. Bella, vero?”.
Mew fa una giravolta su sé stesso, facendo rimanere Miyamoto a bocca aperta.
“Hai…hai capito…quello che ho detto? Non hai paura di me?”
Mew scuote leggermente la testa e sorride, dopo un paio di capriole.
La donna prova ad allungare la mano e lui si avvicina, senza avere paura, stavolta.
Non fa in tempo a toccarlo, però, che un potente fragore la scuote dal suo proposito.
Un’immensa valanga sta inesorabilmente scivolando verso di lei, mentre le rocce cominciano a sgretolarsi sotto le sue mani.
Comincia a urlare, ma nessuno la può sentire. Guarda Mew, ma si è già volatilizzato nel nulla, mentre non sente più la terra sotto di lei, mentre non sente più il suo corpo, sopraffatto dalla velocità della valanga e un ultimo pensiero va a lei, sua figlia, Jessie, la sua vita.


Sto guardando le stelle nel cielo dalla finestra, stasera sono tantissime. Stringo la foto nella mano, desiderando di poter essere lontana da qui, di stare con mia mamma, la mia unica, vera famiglia. Sono giorni che devo stare in questo posto, non molto più confortevole di quello di prima, vorrei solo tornare a casa, in qualunque posto possa essere chiamato casa.
All’improvviso, attraverso l’oscurità e le stelle, vedo uno sfavillio azzurro, brillante. Mi strofino gli occhi, ma non me lo sto immaginando: un magnifico uccello con delle possenti ali passa vola di fronte a me, lasciando una scia luccicante nell’oscurità.

“Cresci bene, tesoro, la tua mamma sarà sempre con te…promesso”
“Sarà un Pokèmon…?” penso, mentre vedo una macchina nera con una grande “R” rossa parcheggia fuori, e vedo bene il signore che corre nella mia direzione.
“Mi dispiace, piccola, ma…la tua mamma, insomma…è scomparsa, non riusciamo a trovarla da nessuna parte…potrebbe essere stata stravolta da una valanga…”.
Solo questa frase mi è venuta in mente e mi torna in mente ogni volta, ogni volta che penso a lei.
Mi sono dimenticata dello strano Pokèmon visto poco fa, ormai penso solo alle parole di quell’uomo. E prendo una decisione, la più importante, adesso.


Sono passati anni, sono una ragazza, ormai. Varco la soglia di quel luogo lugubre che quando ero piccola mi faceva tanto terrore, adesso mi rende solo più decisa. La recluta all’ingresso mi guarda e si chiede che cosa ci faccio qui, non mi ha mai vista.
“Desidera?”
“Voglio vedere Giovanni”.
L’agente mi apre i cancelli. Cammino di nuovo, su quel pavimento freddo, in quelle mura tetre. Di nuovo quella porta, tanto pesante anni fa e così facile da spalancare adesso.
Sempre quella poltrona. Sempre quel Pokèmon. Così simile all’altro, che mi faceva paura. Ma gli occhi glaciali non ci sono più.
L’uomo seduto sulla poltrona accanto al camino si volta, accarezzando fedelmente il suo Persian. Non lo faccio parlare, non m’interessa.
“Desidero essere un membro ufficiale del Team Rocket”
“Saggia decisione, ragazza”.
Giovanni sorride, con quel ghigno soddisfatto che non mi piace per niente.
“Come mai questa decisione?”
“Devo concludere ciò che mia madre ha iniziato”.
Quel ghigno non si leva dalla sua faccia. E gli rimane impresso anche quando mi da la mia divisa. Simile a quella di mia mamma. Guardo ancora una volta la foto e sorrido.
“Non ti dimenticherò, mamma”

***********
Piccola nota: questa è una fic che ho scritto un po’ di tempo fa e che ho ripescato da allora. Non l’ho mai pubblicata perché non mi ha mai ispirata più di tanto…comunque spero di essere riuscita a raggiungere il risultato che volevo, ovvero mettere in risalto il legame fra Jessie e sua madre. Questo è semplicemente il mio punto di vista, come potrebbero essere andati i fatti.
Ah, un’ultima cosa. Ho fatto delle ricerche e in alcuni siti si dice che un Articuno possa aver salvato Miyamoto dalla valanga, ma non è una notizia certa. Io lascio tutto alla vostra immaginazione. Un bacio!

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"Ash non è mai davvero solo, perchè lui... ha me"


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Status: Offline: ultima azione eseguita il 31/10/2009, 17:42


incredibilemente ce l'ho fatta pure io °_° è stata una vera odissea ricopiare questa fict senza word e forse ci saranno alcuni errori di battitura che mi sono sfuggiti...se ne trovate, segnalate per favore x°D
dunque, questa è la mia seconda fiction in assoluto, i personaggi appartengono alla serie pokemon ma non sono principali (sorpresa...x°D). credo alla fine di essere andata un po' OOC, ma il risultato mi piace lo stesso xD buona lettura

INCONTRO

Notte. Nessuna traccia di stelle nel cielo di Arenipoli. Pesanti nuvoloni si diffondono rapidi come macchie d'inchiostro. Sa alza lo sguardo, il giovane capo palestra della città vede solo grigio mescolato a nero. Decisamente una notte fosca...il che non giova affatto al suo umore, già pessimo.
Perchè lui è fatto così: quando inizia a deprimersi non ne esce più. Mette su un'espressione seria e svogliata allo stesso tempo. Le sopraciglia si inarcano, tendendo a rimanere perennemente aggrottate. Lo sguardo, al contrario, si svuota. E non riesce più a risollevarsi da quell'umore pessimo se non grazie ad una sola cosa: le lotte pokemon. Quel che è peggio è che lui è pienamente consapevole di avere un carattere assurdo. A volte si ritrova a biasimare se stesso. Quando è depresso, gli sembra che persino i suoi capelli siano di un biondo un po' più spento. Si schernisce da solo. Veramente assurdo.
Almeno, è questo ciò che direbbe Flint, l'amico di sempre, il solo che riesce a sopportare nei momenri di crisi. Il capopalestra elettro non sa spiegarsi come di fatto accetti la presenza di Flint proprio quando si sente più irritabile; quei capelli rossi afro e quella faccia da schiaffi, in aggiunta al fare punzacchiante e provocatorio, infastidirebbero chiunque. Forse è proprio per il fatto che Flint lo irrita costantemente e non solo nei periodi neri, che quell'amicizia, per quanto improbabile, funziona.
Stasera però nemmeno Flint riuscirebbe a svegliarlo da quella specie di torpore. Il cielo così maledettamente scuro lo fa sentire oppresso, ma in qualche modo rassicurato...forse perchè si rispecchia in quel pesaggio cupo. "Star splendente e travolgente", recita il cartello affisso davanti all'entrata della sua palestra. Eppure spesso, dentro di se si sente chiuso e grigio come quel cielo...altro che "star splendente". Una stella spenta. Una scintilla sfumata.
Poi, arriva all'improvviso. Un fascio di luce. Un fendente bianco. Spietato, si fa largo tra le ombre della notte. Il faro. Se l'era scordato...gira lentamente il fascio di luce, in modo aggraziato inonda il porto pian piano.
Ed ecco un'altra sorpresa. Una figura sottile si staglia tra la luce bianca, accecante.

Che notte meravigliosa, quella. Seduta sul bagnasciuga, il mento appoggiato alle ginocchia, lo sguardo rapito dallo splendido mare di Arenipoli. Le onde che si infragono violentemente sugli scogli liberano nell'aria l'odore aspro della salsedine, ricordo che smuove il suo cuore dal profondo e le suggerisce una parola, chiara e nitida: Olivinopoli, casa sua. Questo posto assomiglia talmente tanto alla sua città natale...ma sarà davvero un bene?
E pensare che la ragazza aveva deciso di lasciare per qualche tempo la sua palestra allo scopo di dedicarsi a qualcosa di completamente sconosciuto. L'emozione di sperimentare novità l'aveva spinta verso le gare pokemon, e la passione per le gare pokemon l'aveva spinta fino a Sinnoh. Era partita quasi lasciandosi tutto alle spalle, carica dell'adrenalina tipica di una giovane allenatrice alle prese con il primo viaggio di formazione. Strano che una capo palestra abbia ancora così tanto da imparare. Ancora più strano che lei possa sentirsi così esaltata e carica. Perchè, a detta di tutti, lei è una tipa tranquilla...fin troppo con la testa sulle spalle, quasi fredda. E' lei stessa, schernendosi da sola, a definirsi "algida", poichè conscia di avere un carattere distaccato, come se a volte fosse fuori dal mondo e nulla la riguardasse.
Eppure il legame che la unisce alla sua città natale l'ha spinta a cercare rifugio e conforto in un posto simile. In questo momento si sente tanto insicura e desiderosa di tornare indietro quanto elettrica e pronta a superare ogni ostacolo. Insomma, una contraddizione continua.
Tutti questi pensieri le affollano la mente e si susseguono senza sosta. Per ritrovare un attimo di pace, istintivamente chiude gli occhi e butta indietro la testa. E' come riemergere dall'acqua e tornare a respirare dopo un'eternità. Respira...respira...
E poi, accade all' improvviso. Qualcosa rompre l'incantesimo. Un fascio di luce bianca. Il faro che illumina il porto...un bagliore artificiale in una notte senza stelle, che la avvolge e la fa sentire protetta.
Ma, sorpresa! Ecco che si vanno delineando i contorni indistinti di una figura, in piedi contro la luce del faro.

Si porta una mano davanti agli occhi socchiusi per la troppa luce. Sorpreso dall'intervento inaspettato del faro eppure già curioso di scoprire chi, come lui, se ne va in giro per il porto a quell'ora perduta di una pessima notte, rimane immobile.
Una ragazzina ricambia il suo sguardo. Forse di poco più giovane di lui, ma talmente minuta da sembrare una tredicenne, capelli lunghissimi mossi dal vento di mare ribelle. Coperta solo da un abitino bianco che sembra le sia stato buttato addosso per caso. Si intravedono appena le forme del suo corpo, decisamente acerbe. Nonostante tutto in lei suggerisca che si tratti di poco più di una bambina, c'è qualcosa che per assurdo le conferisce una certa autorità: la postura dritta e fiera che la fa sembrare una leonessa. E quegli occhi, liquidi come ferro fuso.

Sicuramente si tratta di un ragazzo appena più grande di lei, anche se uno sguardo poco attento lo potrebbe già definire un giovane uomo. Alto ma con la schiena leggermente curvata dal peso di un qualcosa di invisibile, come se fosse costretto a sopportare troppi fardelli e responsabilità per un tipo così giovane. La pelle è chiara ma il viso è sporcato da due ombre sotto gli occhi, occhi che sanno di tutto: lei ha l'impressione che siano come un fuoco pronto a scoppiare da un momento all'altro, di cui ora non sono rimaste che le braci, quasi del tutto spente.
Un tipo affascinate, anche solo per il fatto che si trovi come lei in giro a quell'ora per il porto.

Dicono che tra due persone possa scoccare una scintilla improvvisa fin dal primo incontro, che un qualcosa possa far scattare la rotellina di quel meccanismo complicato che sta dentro di noi e muove tutto.

Nello stesso istante il ragazzo e l ragazza tendono meccanicamente la mano in vanti.
<jasmine...> dice lei timidamente.
<volkner> risponde lui, accennando un sorriso sghembo.

Accade in modo naturale e allo stesso tempo del tutto imprevisto. Le mani si avvicinano come se ci fossero delle calamite attaccate ai palmi. Sempre più vicino...i due sono pervasi dalla stessa strana sensazione, un'attrazione elettrica. La piccola mano di Jasmine stringe quella grande di Volkner. Contatto.
Ne nasce una scarica eletrica, leggera ma vivida, persino percepibile agli occhi dei due giovani. Minuscoli scoppiettii azzurri nati dall'unione delle mani di quei due capo palestra tanto diversi quanto simili si diffondono nell'aria.
Giusto il tempo di una stretta di mano e tutto finisce, ma quella manciata di secondi sembra essere durata due vite intere. I capelli di lei frizzano ancora carichi di elettricità, gli occhi di lui sono tornati a fiammeggiare.
Strana cosa, no? La gente lo chiama "colpo di fulmine" o "reazione chimica", ma di certo nessuno si sarebbe mai aspettato un esito tanto letterale. E pensare che questo è solo il loro primo incontro.

Edited by hiromi-chan'91 - 25/7/2008, 19:06

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view post Posted on 24/7/2008, 13:56P_QUOTE
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 10/11/2009, 22:09


Ok. Ritardo spaventoso, ma ho postato. Scusate, se non mi sono deciso alla prima, ma questa la preferisco alla precedente, anche se quella mi piaceva.
^^ Spero vi piaccia. Buona Lettura.

Your Fire is my Smile.



- Sentite… Ci potremmo fermare, qui?
- Ok. Perché?
- Perché questa è la mia vecchia casa… La casa di Growlithe…


*

E come ogni giorno me ne stavo sdraiato nella mia cuccia, col muso per terra a guardare lo spiazzo libero di fronte a me, quello in cui noi due ogni giorno giocavamo.
Che bei tempi, quelli andati.
E ancora mi ricordo quando tu mi dicesti che ero tutto per te, e non mi potevi portar via, perché avrei rischiato con te la vita, non eri ancora esperto, e magari saremmo morti di fame, mentre adesso sarai, sono sicuro, un formidabile allenatore di pokèmon, che adesso saranno i tuoi amici.
Sbuffo e poggio la testa a terra.
Sarei morto volentieri, con te. Per te.
E tu, sono sicuro anche di questo, lo sapevi. Sapevi che io sarei stato pronto a rischiare per ogni pericolo, e forse proprio per questo non volevi portarmi, vero? Grazie.
Ma la prossima volta, non farlo.
La parete di fronte a me è la stessa che utilizzavi quando entravi a casa di nascosto, essendo uscito durante un castigo. E infatti quando ti vedo sormontare quella stessa parete, alzo il naso di scatto, sgrano gli occhi e guardo verso di te, o per meglio dire, verso i tuoi piedi. Ed ecco che finalmente la tua promessa si avverava.
Scatto sulle zampe, e corro, forte, per quanto ormai me lo permettono le gambe, fuori allenamento. E tu, non ti chini nemmeno a prendermi, perché sai che ti salterò addosso. Che bello sapere che non ti sei dimenticato di me, di ciò che si faceva.
Ma mentre correvo non potevo certo sapere che questa volta tu non eri un illusione dei miei sogni e che non sarei andato a sbattere contro il muro dietro di te, guaendo.

*

Lo vedo correre da te. Il pelo rosso, la criniera fulva al vento mentre apri le braccia in segno di saluto, per prenderlo poi in braccio e cadere a terra, entrambi.
Sorrido.
Quando ti alzai il piccolo Growlithe ti saltella ai lati, abbaiando e chiamandoti. Così dolce e tenero. Poi te prendi qualcosa dalla tasca. Un oggetto che riconosco subito. L’involucro della cioccolata bianca che hai preso prima di venire qui. E in quel momento capii perché.
Ti abbassi all’altezza del fedele cane da guardia e, la tavoletta, gliela scarti. La dividi a metà. Come tutte le tavolette, però si spezza, non esattamente al centro, ma in una curva obliqua. Dai il pezzo più grande a Growlithe.
Sei sempre il solito James.
Poi il piccolo pokèmon ti indica, col muso, Meowth, che aveva cominciato a guardarsi attorno, molto probabilmente per rubare qualcosa. Ridi, e glielo concedi, e Growlithe va a rincorrere il povero gatto.
Ti alzi, sempre mordicchiando il suo pezzo di tavoletta.
- Oh! Scusami. - mi proponi un pezzo di cioccolato.
- Che? No, no… Tranquillo. Ci tieni a lui, eh?
Un cenno, serio - Vedi, è stato l’unico che mi capiva, prima… Prima che incontrassi te…
Abbasso lo sguardo. Non voglio farmi veder piangere.

*

È successo tutto troppo in fretta e io non ci ho capito molto, l’unica cosa che so è che adesso sono sopra te, con il sangue che mi sporca le zampe e il naso, ma io non ci faccio caso. Sei te il mio unico pensiero. L’unico pensiero che non voglio più perdere.

*

Tutto questo è assurdo. Tu, tra le mie mani, sanguinanti, io che cerco a tutti i costi di tamponare il sangue che esce maledettamente veloce dalla tua ferita. Ma non ci riesco, la visuale è offuscata dalle mie stesse lacrime.
- James - cerco di rassicurarti – Va tutto bene. Ora facciamo qualcosa, facciamo qualcosa – dico, con la voce tremante, ma non sono affatto convincente. Dovrei essere convinta io di quel che dico, per poter poi convincere te. Ma non c’è neanche il tempo.
- Ehi… Jessie, tranquilla – mi dici, con voce debole – maledettamente debole – e poi sussurri ciò che non avrei mai voluto sentirti dire perché vuol dire che il momento è vicino – Grazie.
Sento qualcosa spezzarsi, dentro di me – Ma cosa grazie, DANNAZIONE? – comincio a urlare. Senza trattenermi, perché farlo fa male – SEI QUI – anche se do sfogo alla mia rabbia sto ben attenta a non dire che è in fin di vita – TRA LE MIE BRACCIA, E IO NON RIESCO A SALVARTI?! MALEDIZIONE! NON RIESCO A FARE NEMMENO QUESTO!! – e piango. Non una solitaria lacrima.
Piango l’anima, senza ritegno. Tanto cosa ci se ne fa di quello?
- Jessie – mi chiami, e sentire ancora una volta quella voce non fa altro che aumentare il flusso di lacrime – Te hai sempre fatto tutto ciò che potevi per me, e, io ci ho provato per te… Per questo voglio ringraziarti, per questo non voglio andarmene senza che tu sappia quanto tu sia stato importante per me.
- Bene. Allora lo farai. Quando riuscirai a rimetterti in piedi – dico decisa, più di quel che immagino, perché la mia voce appare più vigorosa di quel che è, anche fra le lacrime – Meowth, va al primo Pokèmon Center che trovi, corri, e chiama l’infermiera. Dille che è urgente!
- Jessie, il primo Pokèmon Center è lo…
- Meowth, corri! – urlo io, per non sentirti.
Intanto Growlithe inizia ad abbaiare, chiamarti, sempre più forte, con la zampa cerca la tua mano, e con gli occhi i tuoi.
Te gli sorridi, e dai suoi occhi affettuosi scendono delle piccole gocce, delle piccole lacrime, da portare con te, perché è l’unica cosa che lui può darti.
- Ehi… - dici, senza ormai più forte. Il momento si avvicina – Piccolo, a te posso solo chiedere scusa. Scusa se non sono riuscito a portarti con me, scusa se per te non sono stato un bravo allenatore – gli dici, ma lui inizia ad abbaiare, sempre più forte, a chiamare il tuo nome.
- MEOWTH! MEOWTH! Maledizione… James…
- Grazie.
Ancora una volta, mi spezzi – James…
Ma non ci sei più.

*

Un basso ululato cerca di raggiungere l’alto dei cieli.

*

Piove.

*

La pioggia inizia a scendere, come lacrime del cielo. Per te, James.

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Why you continued to hope when
exist things as
hungry, pain, anger,
loneliness, tears...?
Why you continued to hope when
this all continued exist?


I.. I don't know.
But I know a thing.
I will continue to hope,
still if then I go the True
alone with my Illusion.
Because i WANT hope.


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Alone In Alive.

-->..ScLeRoMaNiA..<--



Rosso, e verde,
e un'altra volta torna a macchiarsi di rosso,
questa mia verde speranza,
rosso, rosso, rosso, rosso..
verde, verde, verde, verde..
Non voglio il rosso.
Ma finisce il verde.
Ride di rosso,
muore di verde.


image


Questo mare fa sognare
Voglia di ricominciare

Non penso a ieri
E scaccio via i pensieri miei

Andiamo al mare

Voglio lasciarmi andare

Voglia di ricominciare
Voglio lasciarmi andare
[cit. @mare di più - Paola e Chiara.]

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Anche quando sfugge il senso
esiste un motivo per essere vivo

Voglio gridarlo al mondo

Tu corri
Niente paura
Tu corri

Si sente fragile
[Non rinunciare mai]
Instabile
[Apri le ali e vai]
Piangere è facile
[Quante volte sfiori il sole
e rimani col cuore a pezzi]
Ma tocca rialzarsi e
rimboccarsi le maniche qua

Voglio gridarlo al mondo

Non è l'ultima volta che cadrai
precipiti in un mare di dubbi
sui tuoi insucessi
Ma ti alzerai

Tutti vogliono volare
ma quanti sono disposti
a rischiare di farsi male, cadere, ricominciare?

Ma io volerò una voce mi dice
<<farlo è possibile.>>

Lui già vedeva il suo scopo
Dentro lo sguardo bruciava quel fuoco
Guardava avanti fisso e diceva a sè stesso
Io volerò

voglio gridarlo al mondo

Tu la chiami leggerezza
io lo chiamo buon umore

Voglio solo poter vivere
anche sotto queste nuvole

Ma il cielo è pieno di stelle
[voglio gridarlo al mondo]
Ma è coperto da qualche nuvola passeggera
Anche sotto queste nuvole
[voglio gridarlo al mondo]
C'è una di quelle più belle
[voglio gridarlo al mondo]
Che splende solo per me.

Un sorriso basta e il sole tornerà

Vieni a toccare le lacrime
Dove i sogni si infrangono sulla realtà
solitudine che svuota l'anima
Vieni a toccare le lacrime

Voglio solo poter vivere

Ormai non ho più paura
Ma so che non prendo sonno

[cit. versi Cattive compagnie, Come piace a me, Ancora un po', Tu corri, Icaro - Gemelli Diversi.]

Hasta aqui

 
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view post Posted on 27/7/2008, 13:40P_QUOTE
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Lasciami vivere così
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