Pokémon LoveRainbow

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Contest di fanfiction - IV edizione - FANFICTION IN GARA
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Group: VeraxDrew House
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Status: Online: ultima azione eseguita alle ore 19:33, 9 minuti fa


posto la mia fic.... oddio <-<


You and me



Quanto tempo è passato? Mi sembra ieri quando eravamo piccoli, quando litigavamo per un nonnulla…

***INIZIO FLASHBACK***
“Lucinda!!! Vieni qui che ti taglio i capelli!!” disse la mamma di Lucinda con una forbice in mano “Devo proprio?” chiese lei “Certo” rispose la madre e la figlia si avviò verso casa, dietro di lei sbuffando “Uff, perché non posso rimanere così?”
Quando uscì era davvero carina con i capelli a caschetto “Non mi piaccio!!!!” urlò lei allo specchio “Ma Lulù… stai benissimo” le disse Kenny “Non è vero… e smettila di chiamarmi Lulù!!” urlò lei, e se ne andò borbottando. “Lulù, non cambierai mai” disse Kenny sorridendo.
Quando si fece vedere da Kenny aveva un’acconciatura simile alla fiamma sulla testa di un Chimchar e Kenny scoppiò a ridere “Perché ridi?” chiese lei assumendo un’aria offesa “Perché sei buffissima” rispose lui fra le risate. Lucinda scoppiò a piangere e tornò a casa dalla mamma piangendo offesa.
***FINE FLASHBACK***

“Bei tempi quelli” dico abbozzando un sorriso “Ma ancora prima… Lulù ha sempre avuto le idee chiare”

***INIZIO FLASHBACK***
“Voi cosa vorreste fare una volta compiuti dieci anni?” chiese una ragazzina al suo gruppo fra cui anche Lucinda e Kenny “Coordinatrice” fu la risposta della prima “Io non lo so ancora” disse Kenny “Ma manca del tempo”. Avevano sette anni.
***FINE FLASHBACK***

Lulù, non capisci che io ho voluto fare il coordinatore per seguirti? Proprio non ricordi quella volta che ti ho salvato dagli Ariados, di cui tuttora hai paura?

***INIZIO FLASHBACK***
“AIUTO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!” si sentì improvvisamente un urlo “Cosa sta succedendo?” chiese un bambino guardandosi intorno “Sembrava la voce di….” Incominciò una bambina “Lulù!!!” urlò Kenny e corse verso la fonte del rumore, che sembrava provenire da un bosco lì vicino.
Arrivato nel bosco, Kenny vide Lucinda che si dibatteva nella tela di un Ariados, che si stava muovendo sinuosamente verso la sua preda che si agitava e urlava aiuto a squarciagola.
Kenny prese un ramo di un albero e tentò di spezzare la ragnatela, la quale non accennava a rompersi “Aiuto!!!!” continuava ad urlare la bambina terrorizzata “Sta calma!!! Adesso ti libero io” disse Kenny e, con un gesto da maestro, liberò Lucinda che ringraziò il suo salvatore e scappò a casa.
L’incubo però non era ancora finito: Ariados si muoveva verso Kenny, che girato continuavav a guardare il punto in cui era scomparsa Lucinda.
“Aaahhhhhhhhhh” un grido fece raggelare le vene di tutti: Kenny era stato preso dall’Ariados, che però, essendo stordito dal ramo che aveva ricevuto in testa dal bimbo, lo fece cadere subito e prese uno Spinarak lì vicino, che lanciò una ragnatela contro Ariados, il quale rimase intrappolato e diede così la possibilità a Kenny di scappare.
***FINE FLASHBACK***

Mi ricordo ancora quell’episodio: adesso però mi fa piegare in due dalle risate.
Ti ricordi quando ci siamo conosciuti? Io si…

***INIZIO FLASHBACK***
Una bambina di circa cinque anni camminava canticchiando con un camminata tipo Heidi.
Lo stesso faceva un bambino che sembrava avere un anno in più, ma nella direzione opposta: si sarebbero scontrati…. Se tra loro due non fosse caduto un pokèmon dal cielo: “Ah!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Aiuto!!!! E’ la fine del mondo!!!” urlò lei in un attacco di panico “Ehi.. sta calma!!! Sta calma!!!!!” cercò di tranquillizzarla il bambino che aveva cacciato via il pokèmon. “E tu chi sei?” chiese lei guardandolo dal basso con una faccia interrogativa “Mi chiamo Kenny… e tu?” chiese lui “Io Lu-Lucinda” disse lei ancora spaventata “Ti chiamerò Lulù” disse lui ridendo per il balbettio della bambina, che subito, imbronciata si alzò mettendo le mani sui fianchi “Beh ciao Lulù” disse lui correndo via “NON-MI-CHIAMO-LULU’!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!” urlò lei in modo che Kenny sentisse, ma lui era già scomparso dietro la collinetta, ridacchiando.
***FINE FLASHBACK***

“Eh già, il nostro incontro è stato molto singolare” dico ridacchiando “Cosa?” chiede Lulù mentre ci stiamo allenando “Niente niente” dico io “Allora, che pokèmon vuoi usare?” chiedo sviando il discorso “Per la gara di domani?” chiede lei “Beh direi per il primo round Ambipom, per il secondo non so” dice lei pensando al pokèmon che la possa aiutare nel secondo round “Se ci arrivi al secondo round” dico ridendo. Lei fa la solita faccia offesa e va ad allenarsi “Non cambierai mai Lulù” dico ridendo “Non mi chiamo Lulù!!!” urla lei e corre via “Cosa dicevo?” dico e vado ad allenarmi anche io.

***INIZIO FLASHBACK***
Due bambini, uno di circa nove anni e l’altra di otto parlavano: “Lulù, tu quale starter prenderai?” chiese il maschio “Primo: mi chiamo Lucinda, secondo: non lo so ancora…. Sono tutti e tre carini” disse la bambina pensierosa “Lulù, perché sei pensierosa?” chiese Kenny “Perché tu domani compirai dieci anni e partirai per il tuo viaggio, e io rimarrò qui a Duefoglie da sola…. Uffi” disse lei incrociando le braccia imbronciata “Beh tra un anno potrai partire anche tu” disse lui “Beh ma un anno è pur sempre un anno!!!” urlò lei.
“Cambiamo discorso” fece lei dopo qualche secondo di silenzio “Hai già deciso quale strada prendere?” chiese curiosa “Si… però lo scoprirai quando partirai anche tu” rispose lui facendole l’occhiolino “Ma io voglio saperlo A-D-E-S-S-O!!!” sbraitò lei scandendo bene l’ultima parola “Invece non puoi” disse lui ridacchiando. Così la loro discussione si trasformò in una litigata dove lei lo implorava di dirgli cosa avrebbe fatto e si arrabbiava, e lui non diceva niente e rideva.
***FINE FLASHBACK***

Chi se lo sarebbe mai immaginato, io Kenny, sarei diventato un coordinatore solo per seguire te Lulù…

IL GIORNO DOPO
Mi alzo presto: oggi è il giorno della gara, della gara di Flemminia, dove oggi ti batterò, Lulù.
“Benvenuti alla gara di Flemminia!!” saluta Marion “Chi vincerà oggi conquisterà il prezioso fiocco di Flemminia. Chi ne conquisterà cinque andrà al Gran Festival: meta ambita di tutti i coordinatori” e mostra il fiocco da tutti ambito. “Beh, non perdiamoci in chiacchiere, cominciamo subito!!!!!!!!!” e tutto il pubblico urla.
“Cominciamo con Lucinda!!!” presenta Marion, e Lulù entra sorridente lanciando la pokèball da cui esce il suo nuovo pokèmon: Ambipom! Fa una stupenda esibizione.
“Kenny” mi dice sorridente appena ritorna negli spogliatoi “Secondo te sono passata?” mi chiede “Ovvio… sei stata bravissima!!” dico “Non credo proprio” dice Jessilina, la coordinatrice vestita bizzarramente “Io vincerò” continua lei e poi se ne va “Non ascoltarla” dico rassicurando Lulù.
Ora però tocca a Jessilina, fa un’esibizione stupenda con il suo Dustox “Questa è classe” commenta lei ritornando negli spogliatoi con un tono che farebbe alterare chiunque.
Per ultimo tocca a me: con il mio Breloom faccio un’esibizione che potrei giudicare carina, forse…
“Bravissimo” mi dice Lulù “Grazie” rispondo. So però che non riuscirò a passare.
Ecco il tabellone: appaiono sette volti tra cui quello di Jessilina: ne io ne Lulù ci siamo. L’ottavo volto, che appare per ultimo è…. È il mio?... E’ il mio!!! Gioisco ma allo stesso tempo sono triste per Lulù: “Tu hai gia vinto un fiocco” le dico per rassicurarla “Adesso tocca a me” continuò e lei sorride.
Arrivo in finale: contro Jessilina. Comincia la battaglia: io combatto con Alakazam e lei con Dustox.

***INIZIO FLASHBACK***
“Kenny, secondo te vincerò il Gran Festival?” chiese la ragazzina che sembra non avere più di otto anni “Solo se ti impegni Lulù… l’impegno e la collaborazione con i propri pokèmon sono la chiave di tutto, il resto vien da sé” rispose il ragazzino di più o meno nove anni “Se lo dici tu…. Mi impegnerò!!! Per te e per la mamma!!!” disse Lucinda alzandosi in piedi “Ce la farai” disse Kenny “Ma avrai da competere con qualcuno che conosci da molto tempo” continuò lasciando la ragazza perplessa: chi sarebbe stata quella persona?
***FINE FLASHBACK***

“Devo impegnarmi… devo impegnarmi per Lulù!!!” Riporto i punteggi alla pari e tolgo qualche punto a Jessilina, che però recupera spiazzandomi. Vince così il fiocco al posto mio.
Quando ritorno negli spogliatoi, deluso, Lulù mi consola dicendo che mancava poco per vincere ma che non mi sono impegnato abbastanza.
Lulù, non riesco ancora a capire cosa siamo tu ed io… semplici amici? Beh ancora non so se tu possa capire cose provo per te… però Lulù… vorrei sapere perché non hai scelto me: ci conosciamo fin da piccoli…. Cosa ci trovi in Ash che io non ho?
“Sta tranquillo Kenny: sono solo amici” mi dice Brock “Sarà” rispondo io e me ne vado salutando.
Lulù, perché non ti accorgi di me?

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view post Posted on 4/1/2009, 18:57P_QUOTE
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 23/11/2009, 15:37


posto anche io XDD tanto ormai XDD premetto che non ho mai scritto fic(se non una in 4 superiore su beyblade ke faceva pena -___-)e non sono esperta di sentimenti interiori,frasi poetiche e bla bla XDD me la cavikkio di più cn i fumetti e sono poco fantasiosa XDD solo ke ci tenevo a scrivere una fic su Paul*e sulla novel* >___> vabbè eccola è corta ma spero sia leggibile XDD


MY OBSESSION


Vittoria,successo,POTERE ho sempre bramato solo e soltanto questo,del resto cos’altro dovrebbe voler desiderare un allenatore,cose banali come l’amicizia,l’affetto,l’amore non sono concetti che fanno parte della mia natura. Molti stolti che ho incontrato nel mio viaggio continuano a credere in questi sciocchi e banali valori,per me non sono altro che un ostacolo,una perdita di tempo e non mi importa se il resto del mondo pensa che il mio sia un concetto sbagliato per me resterà sempre e comunque l’unico vincente.
Ancora un viaggio,un lungo interminabile viaggio,continuo a catturare Pokemon,quelli che ritengo all’altezza ovviamente perche dovrei abbassarmi al livello di chi si accontenta di Pokemon di scarso valore per il solo gusto di avere la loro compagnia o peggio…crescere e sviluppare con loro un’intensa e sciocca amicizia è una cosa alquanto assurda. Durante il mio cammino più di una volta mi è capitato di incontrare tipi così,ma uno di loro mi rimase impresso in particolar modo il suo nome era Ash Ketchum, ogni qualvolta lo incontro non faccio altro che scontrarmi con lui,per via del suo ostinato carattere e delle sue idee patetiche e sentimentalistiche sui Pokemon e il rapporto,che lui considera unico, che si riesce ad instaurare con il proprio allenatore,sono stanco STANCO di ascoltare queste assurdità preferirei evitarlo ogni qualvolta che lo incrocio ma qualcosa irrefrenabilmente mi spinge ad attaccarlo a mettere in sfida le sue sciocche idee con le mie, del resto per me non ha mai contato troppo un Pokemon se non come strumento di lotta…nient’altro….conquistare medaglie,diventare ogni giorno che passa sempre più forte anche a scapito di qualche Pokemon, non mi sono mai preoccupato troppo della fine che possa fare uno di essi durante le battaglie e non comincerò di certo ora. Cambiare il mio modo di vedere il mondo?tsk...e perchè dovrei?solo in questo modo mi sento davvero libero,si è così...ma perchè da quel giorno allora...quel DANNATO giorno...ho cominciato a vedere le cose in modo diverso?provare qualcosa che non avevo mai provato,di cui non ho mai sentito il bisogno.Quegli occhi,così puri e innocenti era forse il destino che aveva deciso irrefrenabilmente che tale evento dovesse capitare proprio a me?Eppure, nonostante una parte di me avesse tentato di evitare tutto ciò,la mia parte più debole si è lasciata traviare,ferire,indebolire da quel qualcosa che ancora adesso non riesco a definire di cui ormai me lo sentivo non avrei più potuto fare a meno. Degli occhi color del mare sfumati sul verde delle alghe più pure che nascevano dal fondo di esso li avevo visti solo per un attimo,durante la cattura di un Gyaridos,nascosti dietro i cristalli più puri che si celavano nella profondità del manto blu. E perchè ora stai fuggendo?non puoi nasconderti da me!non puoi sferrare il tuo miglior colpo contro di me e farmi provare questo turbine di emozioni così talmente nuove e soffocanti per uno tipo come me,non te lo posso permettere. La tua figura si sta lentamente allontanando dalla mia,ma cosa sei?un angelo?una sirena?un pokemon?no....se fossi un pokemon non starei qui a trovare spiegazioni a questa malattia che mi sta soffocando fino al midollo,sei qualcosa di inspiegabile qualcosa che mi fa sentire un calore dentro,qualcosa che avevo riposto nel più profondo del mio essere il quale credevo assopito o ancor meglio svanito per sempre, o forse hai voluto tu stessa fare in modo che tutto questo accadesse?Nessuno osa provocarmi senza poi pagarla,ti raggiungerò e alla fine....cosa accadrà?non posso neanche pensare in questo momento di poter far del male ad una creatura simile....e perchè non posso?Due lati di me si stanno inevitabilmente scontrando in una lotta che credevo impari,come può il mio orgoglio farsi abbattere in tal modo da tali banalità. Ormai sei solo un ombra,non hai lasciato nulla di te,sei riuscita a sfuggirmi nessuno prima di te era mai riuscito a farmi sentire tanto dolore e felicità in meno di un secondo,forse sei stata solo un sogno un'immagine creata dal mio inconscio dai miei desideri più nascosti, se fosse davvero così allora cosa dovrei pensare?Che una parte di me mi stia soggiocando?se così fosse allora sarei un pazzo!un pazzo schiavo di un sentimento a cui neanche riesco dare un nome,ma che per un attimo, un NULLA, è riuscito a farmi provare un’emozione .Perchè continuo a farmi problemi su tutto ciò,non ha senso,non ha mai avuto senso o per lo meno fino ad ora,e a questo punto non posso far altro che chiedermi se potrò rivederti ancora qualunque cosa tu sia o mio disperato sogno o ancor meglio vanità perchè è solo questo che posso considerarti,un ragazzo come me non può cambiare di punto in bianco a causa di un raggio di luce che l'ha abbagliato per un istante,potrebbe essere così per le persone stolte e insulse come quel Ketchum,ma non per me. Il mio Ego è più potente,e continuerà ad essere la mia guida e se un giorno il fato vorrà che io ti riveda ancora allora farò in modo che quell'attimo di assoluta insicurezza venga intrappolato tra le mie mani in modo tale che io possa tentare di capirne il senso .Quel giorno, forse non troppo lontano,riuscirò a comprendere tutte quelle cose che ancor ora non mi sono ben chiare e a risvegliare il lato più umano dentro di me.

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view post Posted on 5/1/2009, 00:15P_QUOTE
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Never forget. Never forgive.

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Status: Online: ultima azione eseguita alle ore 19:35, 7 minuti fa


Ci sono anch'io >_>"
Questa fic è sull'advance ù_ù, so che per buona parte non lo sembra ma vi assicuro che lo è ù_ù e non c'è scritto da nessuna parte che Ash di Misty era anche innamorato: era un'amica, e basta.

FEINT



Non so cosa risponderei adesso, se qualcuno mi domandasse adesso se sono felice.
Di sicuro, se qualche anno fa avessi provato a guardare avanti e immaginare il mio futuro, non è questo quello che avrei visto. Non so bene cosa avrei visto, in realtà; qualche anno fa il futuro per me era ancora una strada infinita da percorrere senza sapere cosa l’indomani avrebbe portato; e l’ostacolo – se vogliamo chiamarlo così – che prima o poi avrei incontrato, e contro il quale sarei andato a sbattere con tanta violenza da uscirne barcollante e stordito non potevo immaginarlo.
Né avrei potuto immaginare che ci sarebbe stata una persona ad aiutarmi a rimettermi in piedi, e che quella persona mi sarebbe rimasta accanto anche dopo, forse per essere sicura che non cadessi di nuovo.
E ora che è lontano sulla strada che mi sono lasciato alle spalle, quel dolore tremendo che salutò e distrusse i miei quindici anni, non so decidere se la serenità di adesso possa davvero definirsi felicità, o se la felicità vera è rimasta indietro, da qualche parte su quella strada.
Misty se n’è andata in una giornata che era un po’ come questa, una giornata grigia e piovosa, di inizio autunno. E ora che ne sono passati sette, di anni, lei ne ha ancora soltanto quindici; io sto per compierne ventidue, e sono un uomo che lei non ha mai conosciuto. Così come lei, se fosse vissuta, oggi sarebbe una donna che forse non riconoscerei neppure, o che saluterei appena, se mi capitasse di incontrarla; perché da quando le nostre strade erano una sola è passato troppo tempo.
È un’altra, adesso, la persona che percorre con me questa strada, o quel che ne è rimasto. E non so immaginare se sarebbe così anche se quel giorno di sette anni fa non ci fosse mai stato.
Vera si volta nel sonno, appoggia la testa contro il mio petto con un sospiro leggero.
Non so se quella che sto vivendo sia la vita che volevo, o solo un’imitazione. Qualche volta penso di essere felice, penso che quell’ostacolo è davvero rimasto indietro. E poi mi dico che se ricordo quella giornata di pioggia, se ricordo il verde dei suoi occhi e la violenza dell’impatto contro quell’ostacolo, allora non posso davvero parlare di un punto fermo.
Anche se questa è solo un’imitazione scialba di ciò che avrebbe dovuto essere, però, voglio viverla. Perché lei, che sette anni fa quella strada ce l’aveva davanti come me, non l’ha potuta percorrere perché la vita le è stata portata via prima. E non voglio che arrivi un giorno in cui mi renderò conto che è troppo tardi, e che la possibilità che avevo di vivere l’ho buttata via senza neppure rendermene conto, perché non sapevo di che farmene.
E se Vera vorrà continuare a percorrerla con me, questa strada, non mi fermerò lasciandola andare avanti sola.

*

I miei ricordi di quella sera sono chiari come pochi altri, nonostante gli anni trascorsi.
Quando il telefono squilla non ho idea di cosa mi aspetta. Nessun presentimento, nessun preavviso, niente che mi dica che è solo questione di istanti prima che tutte quelle che ritenevo certezze mi si sbriciolino fra le dita. Non mi aiuta neppure il numero, che non è uno di quelli che ho in memoria nel cellulare.
«Pronto?»
All’altro capo del filo c’è un secondo di silenzio. È quello che viene dopo, un singhiozzo malamente trattenuto e poi la voce che all’inizio non riconosco, a farmi fermare di colpo lì dove mi trovo, a metà di un passo.
«…Ash? Sono Daisy… la sorella di Misty… ho… trovato il tuo numero sulla sua agenda…»
«Daisy?» ripeto. Non capisco perché mai dovrebbe chiamarmi. O forse una parte di me lo capisce, ed è per questo che non voglio provare a immaginarlo. «Cosa c’è?»
Per qualche istante ancora c’è silenzio, un silenzio che in realtà è fatto di singhiozzi soffocati, di parole smozzicate che non riesco ad afferrare e che mi irritano, quasi, perché è successo qualcosa, lo so, e non riesco a capire cosa. Poi capisco “Misty” e la mano mi si serra quasi convulsamente sul telefono.
«Daisy, non capisco. Cosa succede?»
«Misty.» ripete lei. Appena un po’ più forte. «Era da sola nella palestra quando è stata aggredita da… non so… una specie di… di banda, o qualcosa del genere…»
Io scuoto la testa, mi rifiuto di capire dove voglia arrivare.
«Ma… sta bene, vero? Adesso sta bene?»
«È in ospedale.» bisbiglia Daisy. «È rimasta per molti minuti intrappolata sott’acqua… i medici hanno detto…»
Si ferma. La sua voce si affievolisce sulle ultime sillabe fino a spegnersi.
«Cosa?» lo urlo quasi senza rendermene conto. «I medici hanno detto cosa?»
Silenzio. Un altro singhiozzo.
«…che non ha praticamente possibilità di riprendersi…»
Ora sono io che non riesco a parlare. Ci provo, ma le parole non vengono fuori, rimangono bloccate in fondo alla gola. Non viene fuori neanche il respiro e all’improvviso ho l’impressione che le pareti mi si stiano chiudendo addosso. Devo aggrapparmi alla prima cosa che trovo – il bordo del tavolo – e neanche così sono sicuro di non svenire.
«Vieni.» mormora Daisy. «Se puoi, ti prego vieni a Cerulean… il prima possibile.»
Non dice prima che sia troppo tardi, ma il senso di quello che vuole dire è quello. È lì, appena sotto la superficie.
Prima che sia troppo tardi.

Non dico nulla, prima di correre verso la stanza in cui ho lasciato lo zaino e tutto il resto.
Brock prova a fermarmi. «Ash, cosa succede? Dove vai?»
«Devo andare a Cerulean.» ribatto, di fretta. Mi domanda perché, ma non posso fermarmi a rispondere. Non ora.

Riesco a reperire soltanto due biglietti per Cerulean City.
Prendendo il primo treno ci vorranno circa cinque ore per arrivare. Mentre infilo tutto nello zaino alla rinfusa, senza quasi rendermi conto di cosa sto facendo, non riesco ad evitare di domandarmi se cinque ore sono troppe. Sa sarà già troppo tardi, quando arriverò.
«Vengo io con te.» mi dice Vera.
Sul treno lei si siede e io rimango in piedi nella corsia al centro dello scompartimento. Provo a stare seduto e non ci riesco, ho bisogno di muovermi, ho bisogno di respirare, perché l’aria qui dentro mi pare che non ci sia e a stare fermo non ci riesco. Devo fare qualcosa. Mi sembra di essere sul punto di impazzire.
Vera guarda fuori dal finestrino, con le labbra serrate e gli occhi appena lucidi di lacrime.
«Prova a calmarti.» mormora, quando le passo accanto per l’ennesima volta.
«Non posso calmarmi.» ribatto. E intanto penso non ha praticamente possibilità di riprendersi. Penso che è successo, e che io non ero lì.
Penso che adesso o fra un minuto potrebbe essere già troppo tardi, e io potrei non essere lì comunque.

La telefonata che aspettavo e temevo arriva mentre siamo ancora in treno, a poco più di una cinquantina di chilometri da Cerulean.
Non ci penso davvero, quando vedo il nome Daisy lampeggiare sul display del cellulare. Non ancora. Non ci penso nemmeno mentre rispondo.
«Dimmi.»
I secondi di silenzio che seguono, prima che riesca a trovare la forza di parlare, mi dicono tutto.


[all that remains is just a feint of what was meant to be]




Non fa niente di drammatico, Ash, dopo aver messo giù il telefono.
Non scoppia in un pianto disperato e implacabile. Rimane semplicemente a guardare il vuoto, con la mano in cui tiene il cellulare ancora sospesa a mezz’aria, e sul viso l’espressione di chi non sa dove si trova; ma capisco lo stesso. Capisco che da quello che Daisy gli ha detto non c’è ritorno.
Non so cosa fare, vorrei alzarmi e appoggiargli una mano sulla spalla ma non riesco neppure ad obbligare le mie gambe a muoversi. Ho l’impressione di non aver respirato nemmeno per tutta la durata dei minuti che passano prima che Ash alzi gli occhi verso di me. Ha uno sguardo talmente perso che devo alzarmi e abbracciarlo per essere sicura che non vada in pezzi davanti ai miei occhi.
Per un momento rimane immobile, si irrigidisce nel mio abbraccio, quasi respingendomi. Poi mi si abbandona contro.
«È morta.» è tutto ciò che riesce a dire. C’è solo incredulità in quelle due parole. «È…»
Il pianto si fa strada nella sua voce e io lo stringo più forte, perché non voglio sentire, non voglio che vada avanti.
Non piange, e io penso che non ci riesce. Che non se n’è reso conto, che non vuole rendersene conto, ancora.
Si appoggia a me come se non avesse forze e devo farlo sedere, perché non ce la faccio a tenerlo. Rimane immobile, a guardare davanti a sé senza dare l’impressione di vedere nulla.
Quando il treno si ferma devo prenderlo per una spalla e scuoterlo perché reagisca.
«Ash.» mormoro. La mia voce suona strana, incerta. Non sembra neanche la mia. «Ci siamo. Siamo arrivati.»

Non c’è più nessuno da cui arrivare, in realtà.
Davanti all’ospedale Ash si ferma. Sembra che non respiri neppure. È qui in piedi immobile e sembra sul punto di crollare.
Gli prendo la mano e lui stringe la mia con forza, in modo quasi convulso.
«Non dobbiamo andare per forza se non vuoi.» mormoro.
Lui continua a guardare l’ingresso dell’ospedale. Poi scuote appena la testa. Prende fiato, un respiro profondo e tremante, che somiglia a un singhiozzo.
«Voglio.» sussurra, e io vorrei poter fare qualcosa, qualunque cosa. Perché se ne sta in piedi qui accanto a me come se il terreno sotto di lui si stesse sfaldando e ho quasi paura che da un momento all’altro possa cadere a pezzi anche lui, sbriciolarsi davanti ai miei occhi.
Dentro, sono io che parlo con la donna all’accettazione. Ash non ce la fa.
Ci accompagna in una sala d’attesa, dove troviamo quella che immagino sia una delle sorelle di Misty, anche se non le somiglia granché. È bionda, e in questo momento spaventosamente pallida.
Io tengo un braccio attorno alla schiena di Ash, per essere pronta ad afferrarlo in caso dovesse cadere.
«Daisy.» dice in un sussurro e la ragazza bionda seduta su una delle sedie di plastica a torcersi le mani alza gli occhi, lo guarda.
«Non ce l’ha fatta.» bisbiglia. Poi scuote la testa, cerca di rimettere insieme i pezzi, almeno per qualche secondo. «Non… non avrei dovuto chiederti di venire…»
Lui fa cenno di no, appena. Prova a dire qualcosa e non ci riesce. Io continuo a tenerlo, perché ho sempre più paura di vederlo cedere da un momento all’altro.
«Non…» si volta di scatto, portando una mano davanti alla bocca e piegandosi in due. «Credo d-di non sentirmi bene…»
Riesco ad individuare un bagno e a portarcelo appena un attimo prima che dia di stomaco. Gli rimango accanto finché non si accascia tremante contro la tazza del water, appoggiando la fronte al bordo di porcellana.
«Meglio…?» domando, piano, accarezzandogli la schiena.
Lui annuisce appena.
Devo aiutarlo ad alzarsi, dopo. Non mi dice tienimi, ma non ce n’è bisogno. È il modo in cui si appoggia a me, e tutto il suo corpo si abbandona sul mio, a dirmelo al suo posto.

Non torniamo a Hoenn. Brock e Max ci raggiungeranno qui domani. Non credo che Ash abbia la forza di rimettersi in viaggio ora. Aspetta seduto su una delle sedie grigie dell’ospedale, con lo sguardo perso nel vuoto, mentre io parlo al telefono con Brock e gli chiedo di venire.
Per stasera ci ospitano le sorelle di Misty. Nella camera degli ospiti c’è un solo letto, e lo lascio ad Ash, accontentandomi di dormire nel sacco a pelo. La stanza di Misty non ha il coraggio di toccarla nessuno.
Ash si rannicchia sotto le lenzuola come se avesse intenzione di non uscirne mai più. Per buona parte della notte lo sento rigirarsi, raggomitolarsi di nuovo, cercare di trattenere i singhiozzi; e non riesco a prendere sonno neanch’io.
Il mattino dopo però lo trovo in piedi prima di me. Quando apro gli occhi lo vedo affaccendarsi attorno al letto che durante la notte ha ridotto ad un campo di battaglia, quasi accanendosi sulle lenzuola da sistemare.
«Ash.» mormoro, assonnata. Lui non mi ascolta. «Lascia stare, posso mettere a posto io dopo.»
Non si volta nemmeno. Solo quando il cuscino gli sfugge di mano crolla, e vedo la sua schiena scossa dai singhiozzi mentre si china per raccoglierlo e non si rialza.
«Devo fare qualcosa.» dice. «Perché se mi fermo… e mi ricordo che lei non c’è…»
Io non so cosa dire. Così non dico nulla, mi limito ad alzarmi e andare ad abbracciarlo. Lui non ricambia, ma neanche mi respinge.
Rimaniamo così per un po’, finché non riesce a smettere di piangere.

Ad Ash ci vuole un po’, prima di riuscire almeno a fingere di stare bene.
Passano giorni prima che lo veda provare ad accennare un sorriso.
E passano giorni, e ancora non riesce a parlare di lei al passato. Quando parla di lei, di tanto in tanto ancora gli sfugge qualche “è”, che lo obbliga a fermarsi a metà frase e a mormorare un “era” che mi spezza il cuore per il modo in cui lo pronuncia, come se ogni volta dovesse realizzare di nuovo che è successo, che è là dietro; e lei è non c’è più.
Due settimane dopo torniamo a Hoenn. Siamo stati a Pallet, nel frattempo, ospiti a casa di Delia, perché Ash ha detto di voler andare a casa. Ora, mentre saliamo sul treno che ci riporterà a Brunifoglia, non sono ancora sicura che sia pronto a rimettersi in viaggio. Si siede di fianco al finestrino e rimane silenzioso per tutto il viaggio, guardando fuori senza dare l’impressione che la sua attenzione si concentri su qualcosa.
Più o meno a metà strada gli sfioro una spalla, appena, e lui si volta e mi guarda per un istante prima di abbassare gli occhi.
«Ehi.» sussurro. «Come stai?»
Lui scrolla le spalle. «Bene.» mormora, continuando a guardare per terra.
E io so che non è vero.
E se da una parte vorrei domandargli chi cerca di prendere in giro, e dirgli che basta guardarlo per capire che non sta bene, dall’altra mi limito a stringere la mano sulla sua spalla, e rimanergli accanto.

Non c’è un momento preciso in cui le cose tra me e lui cambiano.
Non c’è un istante, un vetro che si infrange permettendo a me o lui di passare dall’altra parte. Forse una barriera fra me e lui non c’è mai stata.
Succede poco alla volta, piano, tanto che non me ne accorgo.
Una sera – circa una settimana e mezzo più tardi – lo vedo allontanarsi e gli vado dietro anche se non dovrei e anche se Brock mi dice che probabilmente vuole rimanere solo. Lo trovo seduto sulla riva di un ruscello che attraversa il bosco, con la schiena scossa dai singhiozzi. Quando si accorge di me si affretta a tirare su col naso e ad asciugarsi gli occhi.
«Sto bene.» sussurra incerto. «Non sto piangendo.»
Mi accovaccio vicino a lui, accennando un sorriso. «Va tutto bene.» lo rassicuro. «Piangi pure se vuoi.»
Lui rimane per un po’ in silenzio, asciugandosi gli occhi di nuovo.
«È che… mi è venuto in mente che l’ultima volta che ci siamo sentiti mi aveva detto di chiamarla più spesso… e mi ero ripromesso di farlo, ma…»
Si ferma, perché non può continuare senza iniziare a piangere un’altra volta. Deve serrare le labbra con forza per riuscire a ricacciare indietro i singhiozzi.
«Se l’avessi saputo non… non avrei… sprecato così il tempo che rimaneva…»
«Non potevi saperlo.» dico io.
Si stringe nelle spalle, appena.
Non so cos’altro dire. Rimane in silenzio anche lui, abbracciandosi le ginocchia come se volesse avvolgersi in se stesso e annullarsi; ed è già così esile che quasi ci riesce. Così gli circondo la schiena con un braccio e lo tiro un pochino verso di me, giusto per essere sicura che non sparisca davvero.
Forse c’è qualcosa di adatto da dire, in momenti come questo; se c’è, però, io non so cosa sia.
Quindi mi limito a stringerlo, quando lo sento tremare appena.
«Sei forte.» mormoro alla fine, anche se in questo momento non lo sembra. «Vai avanti anche per lei, Ash. Puoi.»
Non risponde, ma lo sento annuire leggermente, piano.
Non sto pensando a nulla in particolare, e neanche lui, credo.
Così, quando dopo un po’ gli tendo una mano per aiutarlo ad alzarsi e senza preavviso le nostre labbra si sfiorano non so se sono sorpresa quanto lui, o di più.
«Scusa.» esclama un attimo dopo, affrettandosi ad allontanarsi da me e tornando a guardare per terra. «Non…»
«Va tutto bene.» ripeto io, un po’ troppo velocemente. Quando lui si volta e fa per allontanarsi lo afferro per un braccio e lo fermo. «Aspetta. Va tutto bene, sul serio.»
Lui alza gli occhi verso di me. Sono pieni di tristezza, quegli occhi. Ma per un momento mi sembra di scorgerci anche qualcos’altro e all’improvviso capisco.
L’ha lasciata andare. Ha lasciato che si allontanasse, che le loro strade si dividessero; e quando se n’è reso conto era già troppo tardi.
E forse ha paura che possa succedere di nuovo.
Così lo abbraccio, con tutta la forza che ho, perché sappia che non andrò via.

*

Qualche volta Ash è lontano, quando è con me.
Lo sento distante, come se fosse qui solo fisicamente; e neppure stringermi contro di lui lo porta più vicino. So che sono i momenti in cui pensa alla vita come sarebbe potuta essere, e come invece non è.
E forse sbaglio a cercare di riportarlo più vicino a me in quei momenti, ma ho paura che se non lo faccio prima o poi lo perderò del tutto, che se non vado a cercarlo ogni volta prima o poi dimenticherà la strada per tornare indietro. Perché non mi basta, averlo accanto quando la sua mente non c’è. Così cerco di tirarlo indietro e il più delle volte, fra le lenzuola in disordine e i vestiti sul pavimento o nel vago sapore di caffè di un bacio, sento di esserci riuscita.
Forse non è la vita che immaginava, questa. Del resto neppure io, se sette anni fa avessi provato a immaginare il mio futuro, probabilmente avrei visto questo.
Ash si siede vicino a me. «Ehi.» dice, piano. «A che pensi?»
Scrollo le spalle. «A nulla.» mento. Sorrido.
La strada che abbiamo scelto di percorrere ci ha portati qui. E se questa è la vita vera o solo un’imitazione non importa, voglio viverla con lui.



Note…
._.
La faccina di sopra potrebbe tendenzialmente esprimere tutto quello che penso di questa fic.
Allegria portaci via, proprio… alcune delle cose che ci sono qua dentro non volevo scriverle in realtà, ma ci sono finite comunque. È scritta per metà dal punto di vista di Ash e per metà dal punto di vista di Vera perché altrimenti dal momento della seconda telefonata in poi non sarei riuscita ad andare avanti, mi sa.
Comunque. Il titolo, “Feint”, è il titolo di una canzone degli Epica e significa “imitazione”. La frase in mezzo viene dalla stessa canzone, e significa “tutto ciò che rimane è solo un’imitazione di ciò che avrebbe dovuto essere”. Ci sono abbastanza fissata al momento, sia con la frase che con la canzone – lo testimonia il fatto che quel verso al momento è scritto con un pennarello sul piano della mia scrivania.
E ora vado a scrivere 100 volte da qualche parte “devo immedesimarmi di meno nei miei personaggi”, che è meglio, va’.

(tra parentesi: odio postare le cose sul forum e dover rimettere a mano tutti i corsivi, cavolo ò_o)

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Lasciami vivere così
senza confini dentro me
la mia natura è andare via
tra vita e sogno

Lasciami vivere così
sull'onda che non riposa mai
negli orizzonti liberi
tra vita e sogno


f o r u m
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s i t i
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p e t i z i o n i & i n i z i a t i v e
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* * *
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"Ho imparato che il domani non c'è
ma le strade dei sogni non finiscono mai."

Valentina Giovagnini

 
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view post Posted on 9/1/2009, 20:57P_QUOTE
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My light



Aprii gli occhi, riuscendoci solo dopo alcuni debolissimi tentativi. Li avevo appannati e la vista sfocata e lottavo per mettere insieme le immagini davanti a me che, per il momento, erano solo tanti pezzi di un puzzle scombinati fra loro, incastonati male l'uno accanto all'altro. Ma, dall'altra parte, avevo paura di ciò che mi sarebbe potuto piombare davanti. Sbattei le palpebre con foga finchè non fui in grado di vedere il pavimento di legno su cui ero sdraiato. Non pensai subito a come fossi finito a pancia in giù su quella superficie fredda e non avevo il coraggio di alzare la testa, anche se qualcosa mi diceva che avrei dovuto farlo subito. Cercai di muovere appena le dita delle mani, scoprendomi debole. Respirare era un'incredibile fatica per il continuo alzarsi e abbassarsi del mio petto, che riuscivo a percepire per puro miracolo.
Tranne che per l'indice che ero chissà come riuscito a spostare, avevo il corpo come paralizzato. Mi voltai verso la mano sinistra e un senso di nausea mi avvolse non appena vidi del sangue coprirla quasi del tutto. Non feci in tempo a pensare se fosse mio o di qualcun altro, perchè quell'istinto di alzarmi da terra immediatamente - che avevo ignorato fino ad allora - mi schiacciò per l'ennesima volta e non riuscii a trattenermi.
Alzai piano la testa e il busto, poggiando sui gomiti. Mi venne voglia - quasi bisogno - di urlare dal dolore che mi colpì improvvisamente il fianco. Aspettai qualche secondo in quella posizione, in attesa che la vista mi tornasse normale. Guardai di fronte a me e riuscii finalmente a distinguere i particolari della stanza in cui mi trovavo. Le immagini non avevano ancora acquistato contorno, ma non importava. La mia attenzione fu catturata da qualcosa di molto più importante sul pavimento, alla mia altezza.
«L-Lu...» balbettai, sorpreso che dalla mia gola potesse provenire anche un solo filo di voce. Abbassai il volto, concentrandomi sulla ragazza stesa davanti a me. I suoi capelli sciolti sporchi di sangue le coprivano metà del volto. Era rivoltata a pancia in su, con delle chiazze di quel liquido rosso acceso qua e là sul corpo; il vestito rosa pallido era ormai completamente fradicio. Rannicchiata su sè stessa, le braccia dal gomito in giù erano completamente zuppe, così come la mano stretta attorno all'addome grondante di sangue e l'altra distesa nella mia direzione.
«No...».
Nonostante tentassi in tutti i modi di resistere e la voglia di alzarmi in piedi e correre nella sua direzione fu più forte, persi le poche energie che ero riuscito faticosamente ad accumulare. Crollai, ripiombando completamente sul pavimento. Cercare di non perdere i sensi fu dura. Era così facile chiudere gli occhi e sprofondare nell'incoscienza, anche solo per quel momento. Ma non potevo mollare. Dovevo farlo per lei.
D'un tratto, non pensai più al dolore che mi occupava il petto o alla testa che mi girava in maniera incontrollabile. Feci scivolare le braccia in avanti, sul legno freddo, e poggiai per la seconda volta il peso del corpo sui gomiti, strisciando in avanti. Riuscii a muovere anche una gamba, piegandola leggermente per darmi più spinta. Non mi accorsi di tremare finchè non la raggiunsi.
Allungai un braccio e le afferrai delicatamente la mano più vicina facendo attenzione a non farle male. La sporcai leggermente di sangue e mi trascinai ancora di più verso di lei. Mi diedi la spinta con l'altro braccio e, piano, riuscii a sedermi, mentre la stanza mi girava intorno ad una velocità impressionante.
Il tremolio violento della mia mano fece muovere anche la sua e mi illusi, per un secondo, che lei fosse cosciente. Le spostai i capelli dal viso e mi resi conto della pozza di sangue che ci circondava. Cercai di non farci caso.
«N-No...» ripetei, distogliendo lo sguardo dall'altra mano premuta sul ventre e dal resto del corpo. Quello non poteva che essere un incubo. Un sogno dal quale mi sarei svegliato da lì a qualche secondo.
La scossi lentamente per la spalla, sperando, pregando che respirasse ancora.
«Lucinda...» mormorai, spostando la presa dalla sua mano al polso per misurarne i battiti cardiaci. Restai senza fiato per un tempo che sembrava infinito finchè non sentii pulsare qualcosa di appena percepibile. Espirai, era ancora viva. Il cuore batteva ancora, debolissimo, ma batteva. Le sollevai delicatamente la testa e la posai sulle mie ginocchia, mentre continuavo ad accarezzarle la testa. Non avrei mai potuto portarla in ospedale in quello stato, non sarei riuscito neanche ad alzarmi in piedi.
«A-Adesso... ce ne andiamo» sussurrai. «Resisti... t-ti prego...».
Solo dalle gocce trasparenti che scivolarono fra i capelli di lei realizzai che stavo piangendo. Dopodichè, tutto ciò che mi circondava diventò nero e l'unica cosa che feci in tempo a vedere prima di perdere i sensi fu la sagoma di qualcuno che cercava di raggiungerci velocemente.


Continuavo a correre nell'oblio da un sacco di tempo, ormai. Intorno e sopra di me vedevo soltanto una lunga parete nera che si estendeva lontano chissà per quanti metri o chilometri. Non ne vedevo la fine, ma sentivo che, se avessi proseguito, sarei stata al sicuro.
Andavo avanti con questo pensiero, conscia del fatto che prima o poi sarebbe terminata e, di conseguenza, avrei saputo la verità. Cercavo di non dare retta a quella parte di me che mi consigliava di fermarmi e riprendere fiato o di mollare del tutto, che tanto era inutile continuare a lottare perchè sentivo vagamente di aver lasciato indietro qualcosa e, senza quel qualcosa, non avrei mai potuto farcela. Ignorai quei pensieri, mentre vedevo il tunnel scorrere veloce. Avevo il presentimento che una volta giunta al traguardo mi sarebbe venuto in mente il motivo per cui mi trovavo in quel posto, sola.
Le gambe cominciarono a cedere all'improvviso, ma non mi fermavo. Volevo uscire da quel luogo tetro il più in fretta possibile, sentivo che dovevo farlo.
Passarono secondi, minuti, forse ore, finchè, attraverso l'oscurità, una piccola luce attirò la mia attenzione. Più procedevo, più diventava lontana. E sentivo che non avrei resistito a lungo, non sarei riuscita a raggiungerla, qualunque cosa fosse. Rallentai di nuovo, respirando a fatica.
«NO!».
Una voce proveniente dal quel punto luminoso mi fece sussultare. Mi avvolse di uno strano calore e realizzai di averla già sentita da qualche parte. Di una cosa ero sicura: la conoscevo bene.
«Continua a lottare, Lucinda! Coraggio!».
Ripresi a correre, senza pensare a cosa stessi facendo o a chi appartenesse quella voce. Sentii che le energie mi erano tornate di punto in bianco. Ma la luce chiara di poco prima si stava come affievolendo, ma potevo, dovevo, raggiungerla.
«Non ti arrendere! Non mi lasciare!».
Era vero: dovevo tenere duro. Corsi, senza staccare gli occhi dall'uscita luminosa.
«Resisti, ti prego... fallo per me».
Vidi la luce quasi accecante che, stavolta, si avvicinava velocemente. Mancava qualche metro e sarei stata al sicuro, seguendo quella voce che mi infondeva coraggio, che mi dava forza. E ci riuscii: superai quello strano confine, ma non feci in tempo a rendermene conto. Quando realizzai di non essere più dove credevo di essere poco prima, quando non vidi più nè l'oscurità tetra alle mie spalle nè il bagliore nel quale dovevo essere mi sentii sprofondare. La voce non mi aveva abbandonata: continuavo a sentirla sempre più chiaramente, nelle orecchie, nella mente, nel cuore. Un dolore acuto in qualche parte non individuata del mio corpo prese il sopravvento, ma non potei urlare. All'improvviso, il nuovo luogo in cui ero non era affatto come il precedente. Il mio sguardo era rivolto al soffitto bianco sopra di me, mentre qualcosa, o qualcuno, mi teneva la mano. L'altra, invece, era collegata ad una flebo attraverso un tubo sottile trasparente. Mi accorsi solo dopo alcuni secondi della mascherina d'ossigeno che mi dava sollievo. Respirare faceva male.
«Lucinda!».
Era la voce familiare di poco prima. Sentii la stessa mano calda stringere la mia un po' più forte. Ero convinta che l'oscurità nel quale mi ero persa poco prima fosse la vera realtà. Non riuscivo a capire dove mi trovavo, cosa fosse successo. E il dolore si faceva largo nel mio corpo con più foga.
Sgranai gli occhi per cercare di mettere a fuoco la visuale. E, stavolta, riconobbi quasi subito il ragazzo che stava al mio fianco con uno sguardo preoccupato.
«K-Kenny...».
Balbettai, scoprendo che il mio era poco più che un sussurro impercettibile e che, quasi sicuramente, lui non avesse sentito.
«Sshh, non ti sforzare».
Non risposi, osservando le sue labbra curvarsi forzatamente fino a diventare qualcosa di simile a un sorriso.
«Finalmente ti sei svegliata... stavo morendo di paura» disse, accarezzandomi la fronte con l'altra mano. Avevo un milione di domande da fargli, ma mi sentivo completamente a pezzi.
«C-cos'è... successo?» riuscii a chiedergli.
Mi fissò un attimo negli occhi, scuri e seri come non mai. Cercò di continuare a sorridere, nonostante non ne avesse voglia. Nonostante tremasse.
«Niente di cui tu debba preoccuparti adesso».
«Invece sì».
C'era qualcosa che voleva a tutti i costi tenermi nascosta, qualcosa che gli faceva male. Mi strinse più forte la mano, scostandomi una ciocca di capelli dalla fronte. Era spaventato. Cercai di sforzarmi a ricordare ciò che poteva essere accaduto, ma avevo il cervello completamente vuoto. L'unica parte razionale del mio corpo mi suggeriva che essere cosciente era già un miracolo e mi intimava di non sforzarmi più di tanto. Ma non le ubbidii.
«Adesso pensa solo a riposarti. Avremo tempo per parlare, Lulù».
Mi venne in mente, di nuovo, il lungo tunnel buio che avevo dovuto percorrere ignorandone il motivo. E capii che Kenny era stata la mia speranza, il mio appiglio. Realizzai di amarlo più di quanto pensassi.
Ricambiai la stretta della sua mano, facendogli capire che lo volevo lì con me. Avevo poca forza per parlare. Lui si bloccò, quasi a disagio.
«Spiegami... cos'è successo». Abbassai un secondo lo sguardo, giusto un secondo prima di vedere la sua espressione. «Ti prego, Kenny. Devo... devo sapere».
Strinsi di nuovo più forte la sua mano calda, certa che non avrei resistito troppo a lungo senza perdere i sensi. La vista cominciò ad appannarsi ancora, ma non volevo sprofondare di nuovo nel buio. Inoltre, quella sensazione di essermi dimenticata qualcosa di troppo importante mi invase per l'ennesima volta. Mi faceva credere che essermi risvegliata non aveva senso.
Kenny cominciò a fissare il lenzuolo bianco, distogliendo lo sguardo da me. Stava riflettendo.
«Tre... membri del Team Rocket si sono infiltrati in casa e... ci hanno... attaccati». Probabilmente si stava sforzando di trovare le parole adatte per non traumatizzarmi. Fece una pausa, aspettandosi una mia reazione. Mi studiava, cercando di capire se fosse il caso di continuare. Poi riprese, abbassando lo sguardo.
«Avevano con sè dei... qualcosa di simile a dei coltelli. Sono entrati come se niente fosse e ci hanno... colti di sorpresa».
Mi sforzavo di non tremare, con poco successo. Sgranai gli occhi, fissandolo.
«Perchè? Che c-cosa... volevano da noi?».
Raddrizzai a fatica la schiena, appoggiandola sullo schienale del letto sotto lo sguardo contrario di Kenny.
«Lucinda, non...».
"Vai avanti» lo pregai. «Io sto bene».
Si arrese. Strinse il lenzuolo candido con tutta la forza che aveva, mentre un tremolio lo scosse appena. Deglutii.
«Come tutti, hanno sentito parlare di noi. Sanno che siamo coordinatori all'altezza delle loro aspettative. Volevano tutte le medaglie che abbiamo vinto fin'ora e... le hanno prese».
Stavolta tremavo sul serio, mentre una strana rabbia mi cresceva dentro. Kenny tornò a fissarmi, a intrecciare meglio la sua mano con la mia.
«Ma come?! Hanno fatto... tutto questo... per delle medaglie?» chiesi, conoscendo già la risposta. La testa cominciò a girarmi di nuovo.
«Sai quanto valgono quelle medaglie e quanto sia difficile vincerle. Abbiamo faticato un sacco per averle e non valgono poco. Tutti i coordinatori del mondo pagherebbero per averle. C'erano anche quelle di tutti i vari gran festival».
«Ma erano... tantissime! Come diavolo...».
«Lo so, Lulù. Abbiamo impiegato una vita per arrivare dove siamo ora e per conquistarle».
Non risposi. Respirai profondamente, non ancora convinta di aver digerito la notizia. C'era qualcosa che mi sfuggiva, ma la mente non rispondeva.
«Continua» sussurrai, osservandolo negli occhi neri.
«Sei sicura?».
Annuii. Dovevo sapere la verità.
«Mi ero piazzato davanti a te per proteggerti, ma... uno di loro ti ha... afferrata da dietro, puntandoti uno di quei coltelli contro. Ero paralizzato, non... non riuscivo a muovermi. Un altro di loro mi ha spiegato che cosa cercavano e che se non gli avessi consegnatom tutto... si sarebbero... vendicati su di te».
Rimasi ferma a fissare il vuoto. Quelle immagini mi stavano tornando in mente una dopo l'altra.
«Ho fatto come diceva quell'uomo, gli ho consegnato le medaglie ed è scappato. Quello che ti teneva in ostaggio ti ha... ferita comunque. Alla gola. Anche se avevano giurato di non farlo. Mi sono avventato su di lui, cercando di toglierti dalle sue braccia, ma quell'altro...quello con cui non avevo fatto i conti...».
Mi guardò ancora.
«...Era dietro di me. Mi si è quasi gettato addosso e mi ha ferito il fianco destro, oltre ad altre parti del corpo qua e là nel tentativo di liberarmi. E quello che ti teneva... lui... ti ha colpita ancora, all'altezza...». La sua stretta di faceva quasi male. «Dello stomaco».
Ricordai tutto, una sequenza di immagini dopo l'altra. Ogni scena, perfettamente. La mia vista confusa concentrata su Kenny che faceva di tutto per proteggermi, mentre ero stretta tra le braccia di uomo alto, robusto, dai capelli scuri, che mi puntava un coltellino contro. Mi stringeva così tanto da non permettermi neanche di respirare e gridai quando l'altro uomò si avventò su Kenny, minacciandolo con quel coltellino già macchiato di sangue. Cercavo di proteggere qualcosa, qualcosa che mi era molto caro e che, pensavo, non avrei mai permesso a nessuno di portarmi via. Arrivò come un fulmine a ciel sereno, l'ondata di disperazione che mi attraversò il sangue all'improvviso, per bloccarsi nel mio cuore. Sentivo le lacrime che stavano per traboccare dai miei occhi, mentre lasciavo andare piano la mano di Kenny e mi sfiorai il ventre.
Lui mi guardò per un secondo e strinse gli occhi, come se si sentisse in colpa. Mi sembrava un incubo. Scivolai di nuovo sotto le coperte, fino a trovarmi di nuovo sdraiata sul materasso morbido.
«L'ho perso» mormorai soltanto, lasciandomi schiacciare da un qualcosa di pesante che non mi permetteva di prendere fiato. Kenny annuì, posando dolcemente la mano sul mio braccio. Sussultai al suo tocco. Una voglia di vendetta, brutale vendetta, si fece largo dentro di me. Ecco cosa mi mancava, ecco qual'era la cosa senza la quale vivere non aveva senso. Adesso sì, volevo tornare davvero in quel tunnel senza essere risvegliata.
«Mi dispiace, Lulù. Probabilmente... sarebbe successo anche se quell'uomo non ti avesse ferita. Eri ... spaventata a morte».
«Non mi importa sapere come sia successo. Ma è successo». Le mie parole erano fredde, glaciali. Non mi riconobbi. Kenny mi strinse il polso. Scostai da me il lenzuolo con un gesto istintivo. Gemetti, cercando di trattenere il dolore che pulsava dal petto al ventre. Non importava, quello che avevo dentro faceva più male.
Le sue mani mi trattennero per le spalle, impedendomi del tutto anche solo di sedermi.
«Stai giù! Sai benissimo che non ti devi muovere per nessuna ragione!» esclamò, spingendomi verso il cuscino. Mi divincolai.
«Smettila, Kenny. Lasciami andare! Non credi che questa sia una ragione più che giusta?!».
Gli urlai contro, sentendomi in colpa nello stesso istante. Le lacrime sgorgarono da sole dai miei occhi, senza alcun controllo. Mi accorsi che stavo piangendo solo quando le sentii scendere fredde lungo la mia guancia.
La presa di Kenny allentò, probabilmente per paura di farmi male. Non era arrabbiato, era triste. Mi guardava con quegli occhioni neri che amavo con tutta me stessa.
«Ascoltami, Lulù» disse, sfiorandomi una guancia per asciugare una lacrima del quale non mi ero nemmeno resa conto. Non gli risposi. Sospirò. "So che avrei dovuto proteggerti. Avrei dovuto proteggere te... e lui. Sono stato un fallimento sia come compagno che come padre, però...».
«Non è vero! Non... non sei mai stato, non sei e non... sarai mai un fallimento» lo interruppi, dicendo tutto d'un fiato, con le poche forze che avevo. Gli accarezzai il viso, sollevando a fatica il braccio. Accennai un sorriso.
«Hai fatto quello che potevi... non è colpa tua. Sei la persona migliore che potessi mai incontrare in tutta... la mia vita».
Kenny prese la mia mano, stringendola. Rispose al mio debole sorriso e chiuse gli occhi per un secondo.
«Potremo... sempre riprovarci» disse.
Abbassai lo sguardo, mentre un'altra verità si faceva largo in me.
«Lo so. Ma io... volevo lui».
«Non cambierà niente. Sarà sempre nostro figlio».
«Cambia invece».
Per un breve, brevissimo istante, vidi un luccichio nei suoi occhi e mi resi conto che anche lui provava la stessa cosa. Non riuscì a rispondermi.
«Chiunque siano questi tizi» cominciai, parlando più a me stessa che a lui, «la pagheranno".
C'era un odio che ribolliva in me, una rabbia che non avevo mai sentito prima. Avevo il desiderio di alzarmi immediatamente e trovarli. Forse mi avrebbero uccisa, ma probabilmente avrei avuto il tempo di vendicarmi su qualcuno di loro. Kenny mi scostò di nuovo i capelli dalla fronte.
«Non c'è più questo problema: li hanno presi non appena si sono allontanati dalla loro base».
Lo stupore e una vaga ombra di sollievo presero, anche se non del tutto, sopravvento su quella strana sensazione di vendetta che si era concentrata in me.
«Li hanno... arrestati?» chiesi, mentre il respiro cominciava a farsi di nuovo irregolare.
«Sì. Le medaglie non le hanno trovate, sono nascoste nella loro sede. Ma sono riusciti a rintracciare quei tre. E' tutto finito, Lulù».
Mi passai una mano sugli occhi, asciugandomi gli ultimi residui di lacrime. Osservai Kenny che mi sorrideva. Non avevo notato prima i graffi che aveva lungo le braccia e i lividi che aveva da ogni parte visibile del suo corpo.
«E tu come stai?» gli chiesi, studiandolo.
Mi lanciò un'occhiata incredula.
«Bene. Mentre avevo perso conoscenza mi hanno bendato le ferite».
«C-cosa? Eri svenuto?» chiesi, sgranando gli occhi.
Kenny annuì.
«Allora... come abbiamo fatto... ad arrivare qui?».
«Tutto merito di Paul. Ha capito che era successo qualcosa ed è entrato in casa. Se non avesse chiamato l'ambulanza...» si interruppe e io capii al volo ciò che sarebbe successo in quel caso. Neanche Kenny aveva la forza per dirlo ad alta voce.
Si alzò in piedi, prendendomi alla sprovvista.
«E' meglio che ti riposi finchè non riprenderai completamente le forze» disse.
Alzai di nuovo il braccio, sfiorandogli lentamente il fianco destro. Non appena fui sicura di poterlo fare, gli appoggiai delicatamente una mano sopra. Lui sussultò appena.
«Ti fa male?» sussurrai, accarezzando piano quel punto.
Kenny scosse la testa.
«No» disse, fermando la mano e prendendola tra le sue. "Ma non devi preoccuparti per me. Io sto bene. Quella che deve riprendersi sei tu».
Annuii ancora incerta, mentre cercavo di non pensare alla piccola felicità che avevo dentro di me fino a qualche ora, forse giorno, prima. Adesso mi sentivo incredibilmente vuota.
«Devo... ringraziare Paul, allora» mormorai.
«Puoi farlo benissimo dopo. Adesso dormi, torno tra poco per vedere come stai».
Si sporse verso di me, togliendo per un secondo la mascherina dell'ossigeno che avevo incollata al viso. Sentii il suo fiato caldo sul mio collo per un istante e salì, in cerca delle mie labbra. Una volta trovate, mi baciò come se non l'avesse potuto fare per anni, infondendomi quel calore e quella sicurezza che solo lui sapeva darmi. Rimanemmo così interi secondi. Dopodichè si staccò piano dalla mia bocca, come se stesse facendo una fatica immane, e con dolcezza. Rimase comunque a qualche centimetro di distanza dal mio volto.
«Ho avuto paura di non poterlo fare mai più» dichiarò, guardandomi negli occhi.
«Ora puoi farlo tutte le volte che vuoi» risposi.
Raddrizzò di nuovo la schiena, allontanandosi da me di un paio di passi.
«Ci vediamo dopo, Lulù. E... ci riproveremo, è una promessa. Avremo il bambino più bello del mondo».
«Sì» dissi. La voce non potè fare a meno di tremare.
Lo vidi sorridermi un'ultima volta prima di allontanarsi definitivamente dalla stanza, conscia del fatto che quella promessa sarebbe stata mantenuta. E ci sperai davvero, anche se non potei fare a meno di pensare a quel vuoto che aveva preso il sopravvento su di me. Mi sfiorai ancora il ventre, sentendo attraverso la stoffa delle lenzuola e del pigiama la benda che mi avvolgeva lo stomaco e l'addome. Ma avrei combattuto con Kenny. Lui non mi avrebbe mai lasciata sola, qualunque cosa sarebbe successa d'ora in poi. Era la mia speranza, la mia luce nell'oscurità. E sentivo che avrebbe continuato ad esserlo per sempre.

Uscii dalla stanza, chiudendomi la porta bianca alle spalle. Mi ci appoggiai, sospirando. Solo dopo un pò mi accorsi che Paul era di fronte a me, a braccia incrociate e con la schiena rivolta verso la finestra socchiusa. Aveva la fronte corrucciata, come sempre, e mi studiò da cima a fondo. Non parlò, rivolgendomi uno sguardo quasi omicida.
Ad un tratto fece un passo in avanti, infilandosi le mani nelle tasche dei pantaloni scuri. Se non lo conoscessi da anni, quello sguardo mi avrebbe sicuramente fatto paura.
«Allora?» chiese spazientito. Accennai un sorriso.
«Ti ringrazia» risposi, mentre la sua espressione si fece lievemente più seria. Probabilmente sospettava che gli stessi nascondendo qualcosa.
«Come sta?».
Mi ignorò completamente, fissandomi negli occhi.
«Si è svegliata qualche minuto fa, ma deve riposare. E' ancora molto debole.» Non volevo pensare al suo dolore, che si rispecchiava talmente tanto nel mio. Non ero sicuro di essere riuscito a nasconderlo e, se pensavo che la cosa più cara che stavamo per avere ci era stata portata via così, in un soffio, senza neanche potermene rendere conto, il dolore al petto tornava violento. La mano di Lucinda appoggiata delicatamente sull'altra profonda ferita mi aveva dato un certo calore, un certo sollievo.
«Non è in pericolo di vita?».
La voce di Paul interruppe i miei pensieri, facendomi tornare alla realtà.
«No».
Chiuse un secondo gli occhi, come se quella risposta l'avesse in qualche modo tolto da un peso enorme. Tornò a guardarmi quasi con astio.
«Il moccioso?».
Mi lasciò perplesso per un secondo.
«Non c'è più nessun moccioso, Paul. L'ha... l'abbiamo perso. La ferita era troppo profonda, inoltre... credo che sarebbe successo comunque quando quel...». Evitai di usare la parola bastardo solo perchè cercavo un aggettivo più azzeccato. «...Quando quell'assassino l'ha presa in ostaggio. Era al secondo mese e... ».
«Non lo sai che fino al terzo mese ci sono più possibilità di aborto?» m'interruppe, lanciandomi un'occhiata che avrebbe fatto scappare chiunque. «Comunque, sappi che io avrei potuto proteggerla meglio. Non avrei lasciato i miei pokemon al Centro Medico proprio in quel momento, non avrei mai permesso che facessero del male a lei e a mio figlio».
Sbattei un pugno sul muro, facendomi male. Sapevo che aveva ragione, anche se Lucinda aveva cercato di convincermi del contrario solo poco tempo prima.
«Ho fatto tutto il possibile» dissi freddo, cercando di non far tremare la voce. Paul mi diede le spalle, procedendo di qualche passo.
«Avrei saputo fare di più, se avesse scelto me. Ma non l'ha fatto. Quindi... beh, augurati solo che non le succederà più niente se non vuoi che ti trovi e ti prenda a calci» disse, tremendamente serio. Si allontanò ancora, mentre le scarpe cigolavano sul pavimento lucido.
«Paul».
Lo feci fermare, ma non si voltò e non mi vide sorridere.
«Grazie per... averle salvato la vita».
Riprese a camminare, alzando un braccio in cenno di saluto.
Lo seguii sparire dal corridoio con lo sguardo, mentre un altro pensiero affiorava in me. Paul aveva ragione. Dovevo proteggerla, dovevo starle accanto e fare in modo che non le succedesse niente. E l'avrei fatto per sempre, finchè lei fosse stata parte di me.

***

Note: allora, questo è tutto ciò che, alla fine, è venuto fuori xD premetto alcuni particolari di questa fic potrebbero essere simili ad altre scritte da Kate e, per questo, le chiedo scusa (poi dimmi se ti da fastidio). Inoltre su wordpad è lunga 12 pagine. Okay, straborda un pò e se non va bene fatemelo comunque sapere.

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"Ash non è mai davvero solo, perchè lui... ha me"


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Only the Pride...

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 22/11/2009, 22:13


A Coke with you
Paul era la.
Doveva andare? Voleva sapere.
Si sedette di fronte a lui, in un tavolino vicino alla finestra. Stava bevendo un'aranciata e guardando fuori.Non la degnò di uno sguardo,nemmeno quando lei gli rivolse la parola.
"Ciao" Paul non si scompose.Continuava a sorseggiare la sua aranciata e a fissare il cielo sgombro di nuvole.
Quanto avrebbe voluto che si volgesse verso di lei e gli dicesse qualcosa.
Non si diede per vinta,comunque.
Odinò una coca e rimase li, indecisa sul da farsi, a guardarlo.
Doveva cogliere l'occasione comunque...tra poco sarebbe partita.
"Paul..." prese coraggio "mi spieghi il perchè del tuo viaggio?"
Non era quella la domanda che voleva fargli, ma per il momento, si sarebbe accontantata.
Finalmente si voltò.
"Sono affari miei"
Rapido e diretto,ma non sarebbe di certo bastato a fermare una ragazza come lei.
"Allora?"
Stizzito,Paul riiniziò a bere l'aranciata,ormai agli sgoccioli.
"Me lo dici o no?"
"No."
E no...Così non andava.Voleva sapere del suo viaggio e soprattutto voleva sapere se lei aveva cambiato qualcosa nella sua vita, perchè Paul, nella sua, aveva stravolto qualsiasi cosa.
"Va bene. Allora vado."
Gettò due monetine sul tavolo e fece per andarsene, ma la sua voce la bloccò.
"Cosa vuoi sapere?"
Finalmente...Finalmente poteva capire.
"Perchè viaggi solo?Perchè non ti unisci a noi? Perchè...sei così misterioso?"
Ma che domande del cavolo erano?
No no no e ancora no! Doveva fargli quella stramaledetta domanda!
"Mph." un sorriso sghembo si disegnò sul suo volto. " Perchè? E me lo chiedi?"
Abbandonò il bicchiere sul tavolo e si rimise a fissare il cielo.
"Hai notato i miei pokemon? Sono Magamar...o Elektabuzz...forti,insomma. Sono fieri, grandi, orgogliosi..."
Sottolineò quella parola come se volesse far notare la sua enorme importanta per lui,perchè alla fine di tutto,Paul era orgoglio puro.
"In poche parole, Pokemon che non sono abituati a perdere. Ed è molto difficile non perdere mai. Perciò giro da solo. Per arrivare sempre primo. Per non avere mai delusioni...riesci ad immaginare un vincente in compagnia?"
"Ovvio che si!" Fu velocissima nella risposta. Non ci pensò nemmeno un secondo. "Ash ad esempio!"
Ahia.Aveva detto la frase sbagliata...o il nome.
"ASH? Ash non è un vincente! Si porta appresso dei ragazzini petulanti che non sono capacia difendersi!"
Questa volta l'aveva offesa, lei era una di quelle persone petulanti.
"Io sono una sua amica! E non sono petulante! Come ti permetti? Ma ti sei visto? Viaggi da solo soltanto per non vivere una sconfitta! Giri per il tuo misero orgoglio! Chi ti credi di essere..." Aveva stretto i pugni cercando di reprimere la rabbia. Quel ragazzo...mmm, la faeva innervosire ad un tal punto...
"Il potere non è per tutti. Non è per Ash, almeno. Lui deve proteggere i suoi cosiddetti amici....e che li protegga allora! Che salvi i buoni e che punisca i cattivi, ma che non abbia il potere assoluto...quello no. Ci vuole uno con le palle.Uno che non venga influenzato da una ragazzina come te o da un pokemon ferito." Quasi le sputò, quelle parole, con il maggior disprezzo che poteva.
"Potere? Orgoglio?" E' davvero questo che senti?"
"Tu non riesci proprio a capire.Il mio viaggio è un cammino...devo raggiungere una meta...."
"E qual'è?" lo interruppe lei.
"La supremazia."
Arrivò la coca-cola. La cameriera se n'era dimenticata.
"Supremazia?" Già, lei non capiva.
"Si...la bevi?"
Paul non aspettò nemmeno la risposta,gliela rubò di mano e iniziò a berla, ma a lei, non interessava.
"Perchè? Cosa vuol dire?"
"Il potere,di per se', mi interessa relativamente.M'interessa soddisfare il mio ego, il mio orgoglio. Sapere che nessuno può battermi, sapere che nessuno può competere con me...come dire...mi dona vigore, mi da potenza.
Amicizia, amore....non sono certezze.Sono solo illusioni." La guardò fisso negli occhi.
"Chi mi dice che potrò trovare l'amore della mia vita, in questo mondo? E' meglio essere sicuri su altre cose, che continuare a fantasticare..."
Lei sospirò.
"Hai mai provato a pensarla diversamente?"gli chiese lei.
"No."
Ecco la risposta,stava arrivando.
"Hai mai provato ad amare?"
"No." Cercava disperatamente una risposta positiva.
"Nessuno?Proprio nessuno?"
"NO."
Dolorosissima risposta...
"Okey. Allora non mi serve rimanere qui." Si alzò e questa volta, con la volontà di andarsene davvero.
Paul, però,la bloccò ancora.
"Domanda sbagliata. Diciamo che il mio viaggio è cambiato, o meglio, la mia meta..."
"Come?" Era sorpresa, ma sofferente.
"Nel mio viaggio ho fatto delle tappe non previste e dubito che il punto d'arrivo sia rimasto lo stesso."
"Quindi?" una debole speranza.
"Quindi è possibile che abbia incluso quanlcuno nel mio viaggio..."
Un sorrisetto la fece risollevare.Paul si alzò dal tavolo, lasciando una banconota e si diresse alla porta.
"Magari ho incluso anche te,nel mio viaggio, Lucinda..."
Lasciò così il bar, e Lucinda.
E quel magari,valeva più di mille parole, per lei.
Come aveva appena capito Lucinda,anche Paul non era come sembrava.Non così duro, così terribilmente orgoglioso.
A volte, le apparenze ingannano.



HO inserito anche la coppia LucindaxPaul...ma spero di aver azzeccato bene la consegna^^ E il personaggio!
Speruma!


Edited by ~Angu - 11/1/2009, 18:42

A long live to King!
12-11-09 @Pala Isosaki
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NejiTen;A-L;SasuSaku;No BBK;

Vale: Aury, what else?♥
That's Right;(c);
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Io aspetterò
il tuo ritorno! Ciao bella*-*
<3

 
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view post Posted on 11/1/2009, 23:28P_QUOTE
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Se mi cerchi.. mi troverai in un sogno. Io sarò li ad aspettarti.

Seiryu "Yu" Ocean Aizawa Sesta


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Status: Offline: ultima azione eseguita il 12/11/2009, 20:39


va.. posto pure io il mio orrore... ammetto che non è delle mie migliori scritte però con mia madre di sottofondo O__O''' mah... spero bene.. almeno un premio di consolazione XD
**********************

ALWAYS IN MY MIND

Il sole stava filtrando dalle finestre annunciando un nuovo giorno mentre il cielo azzurro era coperto da qualche nuvola bianca solitaria.
Si alzò felice che finalmente il sole fosse alto nel cielo, aveva dormito poco quella notte e sperava vivamente che la mattina giungesse il più presto possibile. Si diresse alla finestra e l'aprì prendendo un bel respiro di quell'aria fresca e pulita. I suoi capelli castani si muovevano per via della leggera brezza che entrava dalla finestra ma non gli dava fastidio, lo rendeva solamente più tranquillo.
Guardò fuori, quel mondo fuori dalla finestra che gli era familiare ma allo stesso temo aveva qualcosa di diverso. Stranamente tutto le ricordava lei, la ragazza della sua infanzia: Lucinda.
Kenny sorrise, quel giorno era molto importante per lui: non solo avrebbe rivistola sua amica d'infanzia alla gara Pokémon ama aveva anche deciso di dichiararsi a prescindere dal suo risultato. Non poteva più tenersi dentro i suoi sentimenti: doveva dirle tutto sperando che lei lo ricambiasse.
Sapeva che da un po' di tempo viaggiava con Ash e Brock, due amici che aveva conosciuto durante il suo viaggio ma la cosa non lo preoccupava minimamente: sapeva che lei aveva altri pensieri per la testa. La sua unica preoccupazione era che lui potesse farcela, che potesse conquistare il suo cuore.

Si vestì e uscì dal centro medico in cui aveva alloggiato per quella notte. Innanzitutto doveva iscriversi alla gara Pokémon, poi concluso l'evento avrebbe preso da parte la ragazza dei suoi sogni e si sarebbe dichiarato. Era deciso a farlo e nulla al mondo lo avrebbe fermato.
Arrivò in pochi minuti all'arena delle gare e si soffermò a guardare l'enorme edificio: era convinto che a volte ci si doveva fermare per osservare quello che ci stà attorno per apprezzarne l'essenza. Si era soffermato forse un attimo di troppo che delle voci familiari lo richiamarono alla realtà, sapeva chi erano: Lucinda, Ash e Brock.
Si girò con una determinazione glaciale, non voleva distrarsi prima di aver fatto quanto doveva.
Lucinda era come sempre, con quel sorriso che sapeva conquistare tutti. Forse era troppo egocentrica ma lui la conosceva bene: erano tutte apparenze. Lei era diversa e lui lo sapeva.
La ragazza indossava la sua solita gonna rosa, una maglietta nera e il cappello bianco e aveva i capelli sciolti.
Arrossì leggermente ma nascose immediatamente il suo imbarazzo
"Ciao" salutò velocemente Kenny
"Ciao" disse Lucinda guardandolo un istante "Che c'è? Oggi mi sembri leggermente diverso"
"Nulla" si affrettò a rispondere Kenny ".. nulla.."
"Se ne sei convinto tu.." rispose la ragazza
"Piuttosto oggi sarete avversari.. non sei preoccupato?" domandò Ash
"No" rispose Kenny "Quello è l'ultimo dei miei pensieri"
"Che cosa intendi dire?" domandò immediatamente Brock
"Lascia stare" rispose brevemente Kenny "Sarà meglio che mi vada ad iscrivere"
"Va bene" disse leggermente delusa Lucinda

Kenny si diresse verso l'enorme edificio da solo, stringeva forte il pugno dall'impulso di tornare indietro e confessare all'amica d'infanzia i suoi sentimenti. Ma non poteva farlo in quel momento, quello era il momento meno adatto.
Entrò nell'edificio e si diresse immediatamente ad banco delle iscrizioni. Non aveva alcuna voglia di perdere ma aveva mille pensieri per la testa ed erano tutti diretti alla ragazza di cui era innamorato. Che avrebbe detto se lei non contraccambiava il suo amore? E se lei continuava a vederlo come un semplice amico? O magari anche lei era nella sua stessa situazione ma aveva paura di dichiararsi? Quelle domande continuavano a tormentarlo da giorni, da quando aveva deciso che quella situazione stava diventando insopportabile e per porvi rimedio aveva trovato quella soluzione: alla prossima gara Pokémon si sarebbe dichiarato.
Attese in una piccola stanza, solo con i suoi pensieri. Oltre a vincere la gara Pokémon doveva trovare il momento perfetto per confessare alla ragazza quello che provava, e non sarebbe stato semplice. Sospirò guardando una piccola televisione nella stanza che trasmetteva le prove degli altri coordinatori. La vide e per un attimo tutto attorno a lui parve non esistere più. Non gli importò della sua gara: aveva occhi solamente per lei.
Quando finì tutto sembrò tornare come prima, sospirò nuovamente e si preparò per la sua esibizione.
Uscì e percorse il corridoio che lo avrebbe portato nell'arena. La luce per un attimo lo accecò e poi vide il pubblico. Erano numerosi come sempre e lui doveva fare del suo meglio per attirare l'attenzione dei giudici e andare al prossimo round. Prese un profondo respiro e si concentrò un istante, solamente dopo pochi attimi lanciò la sua Poké Ball.

Tornò nella sala leggermente più sereno, il primo round era concluso e si avvicinava maggiormente il momento in cui si sarebbe dichiarato. Sorrise per un attimo e poi la sua attenzione si spostò sui concorrenti che avevano superato la prima prova. Sia lui che Lucinda l'avevano passata. Sorrise felicemente e chiuse gli occhi. Entrambi avevano passato il turno e adesso, se il destino lo decideva, poteva capitare che si sarebbero anche scontrati per l'ambito premio: il fiocco. Ci aveva già pensato, già una volta si erano scontrati e la cosa poteva anche ripetersi; ma in quel caso lui avrebbe fatto del suo meglio.
Il tempo passò cosi velocemente che cominciarono i primi incontri, ogni volta che lottava riusciva a non pensare alla ragazza che aveva nel cuore ma tutto questo durava solamente pochi minuti, dopo tutto tornava come prima. Le sue sensazioni, le sue paura, la sua ansia e l'irrefrenabile desiderio di dichiararsi a lei.
Si accorse quasi per caso che mancava l'ultimo incontro, non aveva seguito nessun incontro, era troppo occupato a riflettere su come confessare i suoi sentimenti. Percorse il corridoio e si soffermò alla fine, prese un profondo respiro e guardò davanti a se: ormai mancava poco. Proseguì e la luce dell'arena lo accecò per un istante. Si coprì il viso con la mano e quando i suoi occhi si abituarono la vide: doveva nuovamente scontrarsi con Lucinda.
Al vederlo la ragazza sorrise
"Sappi che non perderò nemmeno questa volta!" disse Lucinda facendo scendere in campo il suo Piplup
"Farò di tutto per impedirti di vincere" disse Kenny con un sorriso e lanciando la sua Poké Ball dalla quale ne uscì Prinplup
I Pokèmon mandati in campo erano gli stessi di qualche mese fa ma molte cose erano cambiate da allora. Kenny sorrise mentre la ragazza lo guardò un attimo perplessa. I due si guardarono solamente per un instante ancora poi fu dato il via all'incontro.

Si era ripetuto tutto come quella volta. Entrambi avevano fatto del loro meglio ma Lucinda era nuovamente riuscita a battere l'amico.
Kenny sorrise incamminandosi nel corridoio, si voltò un istante osservando la premiazione. Se voleva dichiararsi doveva farlo nel momento in cui lei si sarebbe diretta verso gli spogliatoi.
L'attese per qualche istante ancora e lei non tardò ad arrivare con un ampio sorriso sulle labbra
"Kenny... pensavo fossi già andato a cambiarti" disse la ragazza sciogliendosi la coda di cavallo che si era fatta per la gara
"In verità ti dovevo dire una cosa" cominciò Kenny
"Se volevi farmi i complimenti potevi farmeli anche dopo" disse Lucinda cercando di stuzzicare un po' il ragazzo
"In verità volevo parlarti di una cosa seria" cominciò il ragazzo
"Cioè?" chiese sorpresa la ragazza, questa volta lo guardava seriamente e per un istante i loro occhi s'incrociarono
"Io... io.. è da un po' di tempo che ho capito una cosa" cominciò il ragazzo arrossendo leggermente
"Che cosa intendi?" domandò confusa la ragazza
"Io non ti considerò più la mia amica d'infanzia" disse Kenny
"Ma.." cominciò Lucinda arrabbiandosi un po' "Se è solo perchè hai perso contro di me allora sei uno stupido!"
"Non è per questo" disse Kenny facendo piombare il silenzio tra i due
"Allora perchè?" chiese Lucinda
"Perchè tu... mi piaci" disse Kenny quasi in un sussurro il ragazzo
"Io..." cominciò la ragazza "Non so cosa dire... non"
"Volevo solamente dirtelo" disse Kenny girandosi per andarsene
"Aspetta!" lo richiamò Lucinda, Kenny si voltò e attese
"Io.. non ci avevo mai pensato.. io.." cominciò la ragazza mentre Kenny si avvicinò maggiormente all'amica
"Lo so.. è lo stesso per me.." disse Kenny "Ci conosciamo da tanto tempo ed è ovvio che tu pensi a me solamente come ad un amico... ma per me tu sei più d'un amica d'infanzia"
"Però" cominciò Lucinda ma Kenny la bloccò
"Non ho bisogno subito di una risposta, prenditi pure tutto il tempo di cui hai bisogno" disse il ragazzo avvicinandosi e dandole un bacio sulla guancia.
Le sembrava ancora più carina del solito e quel bacio li sembrava quasi un sogno, quasi un sacrilegio da parte sua
"Allora ci vediamo.. e per allora spero che tu sappia darmi una risposta" disse Kenny voltandosi per andarsene ma la ragazza lo trattenne prendendolo per il manico della camicia
"Sono una stupida" cominciò Lucinda mentre qualche lacrima le rigava il viso "Non ho mai capito nulla..."
Il ragazzo si voltò è l'abbracciò, tra le sue braccia Lucinda sembrava indifesa ma sapeva che non era cosi
"Anche tu mi piaci" disse quasi in un sussurro la ragazza mentre Kenny la guardò dapprima sorpreso ma poi con una dolce espressione sul volto, la ragazza lo guardò un istante, nuovamente i loro occhi s'erano incrociati ma nessuno dei due distolse lo sguardo, i loro volti si avvicinarono pian piano e gli occhi si chiudevano. Attorno a loro non c'era nient'altro, tutte le voci provenienti dall'arena si erano spente e il mondo si era come fermato a quell'attimo solenne
"Promettimi che quando questo viaggio sarà finito resteremo insieme" disse Lucinda guardando Kenny negli occhi
"E' una promessa" rispose il ragazzo abbracciando ancor più forte la ragazza.

Il viaggio a Sinnoh fu lungo e i due, nonostante non viaggiassero assieme pensavano continuamente l'uno all'altra nell'attesa di rivedersi.
Quel giorno Kenny era tornato a Duefoglie, il Gran Festival di Sinnoh era concluso e finalmente avrebbe rivisto Lucinda. L'avrebbe rivista e questa volta potevano restare insieme per tutto il tempo che volevano. Una voce alle sue spalle lo distrasse dai suoi pensieri, si girò è la vide. Sorrise e corse da lei
"Questa volta non ti lascerò" disse in un sussurro Kenny mentre Lucinda sorrise. I due si guardarono un lungo istante senza dirsi una parola, in quel momento le parole erano inutile e si scambiarono un lungo bacio.

FINE


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♥ Nozomi Yumehara ♥

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 19/11/2009, 11:12


ecco la mia fiction.. non è proprio romantica ma vabbè XD

Titolo:

Il cielo è racchiuso in ogniuno di noi, basta cercarlo.





Come sarà il mio futuro? Cosa ne sarà di me? Mi pongo queste domande, che assilano la mia mente, giorno e notte.
Più volte, ho provato a rispondermi ma, non conoscendo un modo per scoprire l' avvenire, decido di attendere il susseguirsi delle cose.
Giorno dopo giorno, vado avanti, affrontando piccole sfide, che mano mano, mi portano all' avanzare della mia età.
Il tempo che avevo trascorso fin oggi, era stato pò turbato dalla mia difficoltà ad essere felice.
Passavo intere giornate da solo, pensando a lei...Lucinda.
Ero un ragazzo come tanti, ma il mio carattere non era molto aperto.
Vivevo a Sinnoh e non avevo molti amici, solo Lucinda, la mia fidanzata.
Ero spesso solo a casa, mia madre lavorava quasi tutto il giorno, e mio padre spesso, era in viaggio per affari.
Non avevo ne fratelli, nè sorelle, ero figlio unico.
Non sapevo cosa, mi spingeva a stare sempre da solo, a casa mia.
Forse, la timidezza, la paura di conoscere nuove persone..
Ma, due fatti cambiarono la mia vita, quando conobbi Lucinda, e quando la salvai da un' ombra minacciosa.

*Inizio Flashback*

Era il 19 marzo di un qualsiasi giorno della settimana, e, la primavera era alle porte.
La stagione dell'amore, della rinascita della natura dopo il gelido inverno, il cinguettio degli uccellini che svolazzavano felici al di fuori della mia finestra.
Questo giorno, era estremamente importante, si teneva il famigerato contest "MilleTalenti", e io, ero disposto a vincerlo, nella città di Cuoripoli.
Non ero molto agitato, mi spaventava solo l'idea di dover affrontare pokemon molto forti ed esperti.
Arrivai in anticipo, non c'era molto gente, così, mi sedetti su un divano rosso fuoco, molto morbido.
Fu lì, che conobbi Lucinda, era vestita con un' abito lungo, rosa, e rosso chiaro.
Ci guardammo in silenzio, come se fossimo stati attratti da delle calamite invisibili.
Decisi, quindi di sbloccare quel momento e di dirle "ciao" e lei ricambiò con un semplice e dolce sorriso.
Mentre aspettavo il mio turno, guardai tutti gli allenatori attorno a me, che sorridevano ai propri pokemon, ma c'era un ragazzo dai capelli violacei che sembrava non essere molto interessato ad accudire i suoi pokemon.
Dopo un pò, mentre scrutavo il mio sguardo in giro, arrivò il mio turno! Si entrava in scena! Il mio Prinplup eliminò i tre pokemon di fuoco dell'avversario, che amareggiato, andò via piangendo.
Io comunque, avevo passato la prima sfida, anche con un pizzico di fortuna quindi.
Toccò poi, il turno della "misteriosa" ragazza dai capelli blu scuro, e al suo fianco, c'era un fedelissimo Piplup.
Anche lei, in un batter d' occhio vinse, e con un' inchino, chiuse la sua sfida.
Non sò cosa ma, mi piaceva, si, mi attraeva sempre di più, forse perchè riuscivo a vedere il suo amore per i pokemon, oppure perchè sembrava una ragazza dai buoni sentimenti.
Si dà il caso, che quando tornò nella sala d'aspetto per i concorrenti, decisi di avvicinarmi a lei, e di parlarle.
-Sei stata molto brava, il tuo Piplup è molto forte-
-Grazie, anche tu non te la cavi male, hai addestrato il tuo pokemon davvero bene-
Ci sorridemmo.
Vennero poi, i turni di altri allenatori, forti, e meno forti, pieni di ambiziosità, per ragguingere il trofeo.
Devo ammettere che mi stupiva il fatto di vincere molto facilmente, ma, mi stupiva di più, come quella ragazza vinceva con un' incredibile eleganza.
Dovevo sapere assolutamente il suo nome.
-Complimenti, hai vinto, ora sei la prima finalista, volevo però sapere il tuo nome-
-Lucinda-
-Io sono Kenny, spero di vincere il mio prossimo incontro, così saremo entrambi in finale-
-Sarebbe bellissimo, una sfida testa a testa tra i nostri pokemon s' acqua-
C'ela misi tutta quindi, per vincere contro l' Umbreon avversario, che era uno dei più forti pokemon del torneo.
Con un pò di sforzo, vinsi, ed ero in finale, e con me, Lucinda.
-Bene, diamo del nostro meglio, e che vinca il migliore-
Fu una lotta molto intensa, dovetti ricorrere alle mie armi migliori, perchè Lucinda mi mise all' angolo.
Ero sbalordito sempre di più, dalla sua bravura, e il suo Piplup, era in perfetta sintonia con lei, avevo di fronte un duo incredibilmente affiatato.
Pultroppo, cedetti, erano troppo forti per me, e così, vinse Lucinda, e credo che il trofeo lo meritava molto più di me, quindi non ero dispiaciuto per aver perso.
-Senti Lucinda..ti ho guardato molto, e mi hai davvero stupito, e vorrei poterti dire qualcosa..-
-Anch'io avrei qualcosa da dirti...Kenny-
-Ecco...io...volevo dirti..che....che...mi piaci, lo sò, forse è presto, ci siamo conosciuti solo oggi ma, sento che tu sei la ragazza che fa per me-
-Si..anch'io..-
-Kenny...-
-Lucinda..-
Ci guardammo negli occhi per qualche secondo, il tempo si fermò, così come il mio respiro sulle sue labbra, ci baciammo, e da lì, nacque la nostra storia.

*Fine Flashback*


*Inizio Flashback*

Un giorno stavo a casa mia, come sempre da solo, a guardare la tv. Avevo con me il mio fedele amico a quattro zampe, Kiko, che mi stava accanto come se volesse aiutarmi, ogni volta che mi trovavo in difficoltà, per tirarmi sù di morale.
Mentre mangiavo avidamente delle patatine, mi si seccò la gola, così, andai in cucina a prendermi una coca ghiacciata.
Quando presi il bicchiere, udiì il suono del campanello, c'era qualcuno alla porta.
Era Jane, la sorella di Lucinda.
Non la conoscevo molto, sapevo solo che aveva 14 anni, e che aveva appena finito le medie.
La feci entrare, e poi accomodare sul divano dove si trovava Kiko con il suo inseparabile peluche di gomma.
Ebbi l' impressione che Jane stesse tremando, in effetti si vedeva un pò che era agitata, ma perchè?
Dopo pochi minuti passati in silenzio, mentre ci guardavamo, mi disse, con voce tremolante che, Lucinda, era in grave pericolo.
Cercai di farla calmare portandole una tisana, ma non servì molto, le sue mani facevano barcollare la tazza di porcellana, che emanava il profumo dolce del limone caldo.
Anch' io cercai di mantenere la calma, ma cominciai a sudare freddo.
Dovevamo decidere con calma il da farsi, prima che fosse troppo tardi per intervenire.
Non mi venivano idee, e vedendo Jane lì, seduta in silenzio, tremante come una foglia, mi faceva venire in mente soltanto un vuoto profondo.
Volevo poterle dire che tutto sarebbe andato per il meglio, nonostante la situazione ma, le mie labbra erano come serrate da un qualcosa di invisibile.
Non avevamo un' indizio, una pista da seguire, un persorso, nulla.
Cosa potevamo fare?
Il telefono cominciò a squillare.
Lo feci suonare per una decina di secondi, lo fissavo, ero come se fossi stato paralizzato da qualcosa.
Poi mi sbloccai, e ci andai vicino.
Una voce maschile, con una tonalità molto molto bassa, mi chiese se volevo rivedere Lucinda, provai a dire qualcosa, ma le mie labbra rimasero immobili.
Poi continuò la voce: Se vuoi rivedere la tua fidanzata, vieni a Hoenn, nella città di Cuordilava.
Riattaccò.
Per quella voce che mi risuonava nella mente, così fredda e lugubre, caddi per terra, con le gambe tremolanti.
La stanza attorno a me, mi apparve nera, i miei occhi cominciarono a non vedere, e a malapena vidi soltanto che, la stanza intorno si rimpiccioliva, ma era un' illusione.
Ebbi poi, la sensazione che mi mancava l' aria, ed il cuore, batteva molto velocemente. Restai a terra per qualche secondo con gli occhi serrati,
con quella voce che non usciva più dalla mia testa.
Mi rialzai, molto lentamente, e mi mantenei la testa con una mano, e dissi poi, a Jane, ciò che avevo appena sentito, e decidemmo poi, di partire per,
Cuordilava.
Prendemmo il treno, che dopo 2 giorni arrivò a Hoenn.
Anche Kiko e Jane mi seguirono, ma pultroppo non avevamo ancora in mente un piano. Cercavo di riflettere, ma ero molto confuso, cosa sarebbe successo a Lucinda? perchè, l' aveva rapita? cosa ci aspettava?
Queste domande senza risposta, attendevano solo che il tempo andasse avanti.
Appena sbarcammo a Hoenn, prendemmo un autobus che portava dritto a Cuordilava, la città del fuoco scarlatto.
Anche il cielo, sembrava dello stesso nostro umore, nuovoloso, e anche pronto a peggiorare.
Eravamo in centro, ad attendere, toccava a lui fare la prima mossa? Io non sapevo in che parte guardare, ero piuttosto affaticato dal viaggio, non sono abituato agli spostamenti.
I miei occhi, volevo chiudersi, ma non potevo.
Ero debole, ma se il nemico avrebbe attaccato ora?
Aspettai.
In quell' attimo, vidi un' ombra nera avvicinarsi, le foglie cominciarono a muoversi, spostate dal vento gelido e silenzioso.
E Kiko, cominciò ad abbaiare forte,
era il nemico.
Il nemico, sembrava essere avvolto nell' oscurità.
Era vestito tutto di nero ed, accanto a lui, c'era Lucinda, con le labbra serrate da un fazzoletto.
-Lasciala andare- Gridai.
Il nemico si mise a ridere molto silenziosamente, sembrava molto divertito dal vedermi agitato, poi disse:
-Sei davvero disposto a sacrificare la tua vita per questa comune ragazza?-
-Si..sono disposto a qualsiasi cosa pur di salvarla..non mi spaventi, e adesso lasciala-
-Provi un' amore così profondo per lei? Sei davvero uno sciocco, l'amore non esiste più, su questo misero pianeta-
-Non è vero, l' amore esiste nei cuori di chi ama qualcun'altro, provando dei sentimenti-
-L' amore è solo un sentimento superato, sensa senso, privo di ogni sostanza, è nero, come la notte. L'amore poi, è nato insieme al tradimento, alle bugie e alle falsità.
L' uomo oggi non sa più, cos'è il vero amore, è disposto a qualsiasi cosa..pur di avere solo del successo e del denaro.
Ma a te, voglio dare una possibilità: se mi permetti di uccidere Lucinda, oltre che ha farti diventare libero da questo male, io e te, comanderemo con un' immenso potere..ma se rifiuti, ucciderò entrambi. Scegli-
-Io non voglio il potere..e tutto ciò che hai detto è una sporca bugia, io voglio solo l' amore che Lucinda mi ricambia!!-
Cominciai a perdere il controllo, avevo sentito abbastanza, e, senza neanche pensarci sù, mi buttai a tutta velocità verso l' uomo d' ombra, e cercai di dargli un pugno,
e riuscì a colpirlo, ma lui, però, colpì anche me.
Caddi a terra svenuto, e prima di chiudere gli occhi mi accorsi che mi usciva molto sangue dalle labbra..poi..
buio.
-Kenny, svegliati ti prego-
-Eh? Dove....-
-Sono io, Lucinda..ti prego parla-
-Cosa è successo?-
-Quando hai colpito il nemico, è svanito nel nulla, per via della sua mancanza di fede nell' amore. Ora siamo salvi, Kenny..tu mi hai salvato la vita-
-Si, e sarei disposto a rischiare la vita, in ogni altra occasione, per stare accanto a te.. Lucinda....-
Lucinda baciò Kenny mentre lo stringeva al petto.
Entrambi piansero a piene lacrime e, il volto rigato di Kenny, sembrava esprimere tanta..ma tanta felicità.
Venne poi Jane, che soccorse le ferite di Kenny, Kiko, abbaiava e saltellava felice attorno al padrone, Lucinda riabbracciò la sorella, ed il cielo, sembrò assistere quella scena, dopo aver sentito le parole limpide e sincere di Kenny, tornò a risplendere sereno, così, come nei cuori dei nostri eroi.

FINE.

Change, Pretty Cure! Beat Up! The scarlet heart is the proof of happiness! Freshly-ripened fresh, Cure Passion!

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Premessa: Fa schifo, me ne rendo benissimo conto, e no, non dite che non è così perchè sono convinta di quello che dico. E' scritta tutta troppo velocemente...e non penso di scrivere nuovamente una EgoShipping, perchè ogni volta che provavo a mettere giu anche una singola parola mi sentivo sulle spalle l'aura negativa di Ash che invocava la mia morte. E' anche per questo che il suo fantasma, quello della PokeShipping e della Pallet s'insinuano di continuo all'interno di codesta fic, per qualsiasi problema quindi, prendetevela con lui...ù__ù''



L’affetto per le persone è un lusso che ci si può
permettere soltanto dopo aver eliminato tutti i nemici.
Fino ad allora, chiunque tu ami sarà un ostacolo che
ti priverà del coraggio e corromperà il tuo giudizio.

ORSON SCOTT CARD, Empire


WRONG ATTRACTION



Non ho mai dato importanza a sentimenti come l’amicizia, l’affetto o l’amore. Li reputavo inutili, privi di senso, creazioni illusorie di persone deboli.
Fin da bambino sono cresciuto con la convinzione che al mondo esistevano principalmente due categorie di persone: i vincenti, e i perdenti, e ovviamente io, rientravo nella prima categoria. Per qualche strano motivo ero sicuro di questo, io ero il vincente, mentre il resto del mondo sarebbe stato perdente, qualsiasi cosa fosse successa.
Ero il migliore e sarebbe stato sempre così.

Almeno finché non incontrai lui.

Ash è stato, fin dal principio, la persona che più odiavo e al tempo stesso alla quale mi sentivo più legato. Eravamo molto diversi, eppure, non riuscivo a stare lontano dalla sua felicità, come se, per qualche oscuro motivo, volessi riuscire a raggiungere ciò che lui aveva d’innato.

E fu così anche quella volta.

Incontravo spesso Ash e i suoi compagni durante i miei viaggi, ma non avevo mai calcolato i suoi amici più di quanto non calcolassi qualsiasi altra persona che non fosse lui.

Ma quel giorno, commisi l’errore più grande che potessi fare, del quale, a pensarci adesso con lucidità, non mi pento.

“Sei un perdente Ash!”

Lo dissi con quella frenesia e quel senso di appagamento che mi facevano sentire vivo. Spronare Ash a diventare sempre migliore per poi affrontarlo e batterlo. Una soddisfazione che mi faceva assaporare un senso di felicità.

“Chi ti credi di essere per definirlo così?”

Mi voltai verso la persona che aveva quasi gridato quella frase e fissai la ragazzina al fianco di Ash che mi guardava in modo sprezzante, quasi fossi la persona più insulsa del pianeta.

E mi fece rabbia.

“Fatti gli affari tuoi” le risposi gelido.

“Come ti permetti!” mi rispose lei, alzando la voce di due ottave e facendo un passo verso di me.

Credo che fu soltanto grazie al ragazzo più grande, Brock, il capopalestra di Pewter City se io e Misty non finimmo col darcele di santa ragione. Si mise di fronte a lei, dicendole di non fare cose stupide, che non era il caso di litigare con un tipo come me, e lei dopo aver sbraitato anche contro di lui per la sua accondiscendenza nei miei riguardi si rimise di fianco ad Ash, continuando però a guardarmi torvo. Ricordo perfettamente come Ash, quel giorno ci guardò incuriosito, non capendo perché eravamo finiti con lo scontrarci.

Ingenuo

Mi voltai per andarmene, stringendo i pugni. Odiavo la gente che mi urlava contro, e riuscii a trattenermi solamente perché Misty era una ragazza. Solo per questo…

Ma qualcosa quel giorno cambiò…

Iniziai a chiamarla per nome, a considerarla diversa, rispetto a tutto il resto.

Tutto


*


Rividi Misty molto tempo dopo, Tracey, aveva deciso di lavorare costantemente al laboratorio del nonno e mi disse che aveva deciso di tornare a casa, non per suo volere, ma obbligata dalle sorelle. Persone che Tracey mi descrisse come egoiste e troppo prese da loro stesse.

“Era molto triste quando sono andato a trovarla…credo, che volesse rimanere con loro”

Provai un senso di tristezza a quelle parole. Non mi ero mai interessato a lei, eppure, per qualche strano motivo, non volevo che soffrisse. Quando la vedevo sentivo che dentro di lei c’era qualcosa che la teneva strettamente ancorata alla figura di Ash.

Amore

“Dove stai andando Gary?” mi chiese Tracey mentre m’infilavo le pokeball nella cintura e partivo.

“Ho delle cose da sistemare” risposi semplicemente.

Volevo vederla. Vedere come stava. Darle, per qualche strano motivo il mio appoggio, nonostante sapessi di non esserne in grado. Ero il rivale del suo migliore amico…il mio migliore amico.

Ma in quel momento, per la prima volta, scacciai il viso di Ash dalla mia mente, sopraffatto da un altro sentimento, molto più forte di una stupida e patetica rivalità giovanile


*


Arrivai a Cerulean City verso tarda sera e quando entrai nella hall della palestra Misty mi venne incontro sorpresa e chissà come, amareggiata.

“Che ci fai qui?” mi disse con un tono che mi fece intendere che io, in quel momento, non ero il benvenuto. Forse, pensai, si aspettava qualcun altro, forse sperava che le sue sorelle fossero tornate, per mollare li tutto e poter partire.

Tornare indietro

“Ero da queste parti” dissi, sfoggiando un sorriso di circostanza.

“Bene, allora ciao” mi rispose lei gelida voltandomi le spalle e allontanandosi.

“So tutto” le dissi, sperando che mi ascoltasse e si fermasse. E fu così, perché si voltò verso di me sorpresa, con i suoi occhi verdi spalancati e forse, un po’ spaventati da quella frase.

“Come?”

“Hai capito bene, so tutto, del fatto della palestra, delle tue sorelle…di Ash”

Strinse i pugni e ricacciò indietro quelle che, in un primo momento potevano essere il principio di un grande e disperato pianto liberatorio.

“NON SAI PROPRIO NIENTE INVECE!”

E capii, più del fatto di essere stata obbligata dalle sorelle a tornare a casa, più del fatto di dover, in parte, distruggere un rapporto di amicizia con le persone alle quali teneva, era un’altra la preoccupazione che la attanagliava, che le faceva male.

“Ho capito, sei stata rifiutata da Ash”

“Io non sono stata rifiutata! E’ solo che…da più importanza al suo sogno che…”

La guardai mentre lasciava che il suo viso si nascondesse fra i capelli color tramonto. Cosa voleva dire con quella frase? Che pensiero aveva formulato per farla diventare così triste?

Da più importanza al suo sogno che a me

Scacciai dalla testa quel pensiero e tornai a fissare Misty, e il mio pensiero si trasformò in qualcosa di diverso. Non era più una persona forte e spavalda, con un ego talmente forte da distruggere un’intera montagna solo con lo sguardo. No, era diverso.

Era debole.

Fragile come ogni essere umano.

Mi avvicinai a lei e le misi una mano sulla spalla. Non potevo lenire il suo dolore, perché quello, sarebbe rimasto per sempre, ma forse, con la vicinanza di qualcuno, un giorno, si sarebbe lasciata tutto alle spalle.

E volevo, per qualche strano scherzo della mia mente, essere io quella persona. Poco importava se quel ragazzo era il mio migliore amico e il ragazzo che lei amava. Perché li, in quella palestra vuota e silenziosa, interrotta solo dai suoi singhiozzi che cercava ancora di reprimere, c’eravamo noi due.

C’ero io

E giurai. Giurai a me stesso che mai più l’avrei vista piangere. Mi sarei preso cura di lei. L’avrei protetta. Fino a quando me l’avesse permesso.

“Va tutto bene” dissi stringendola a me piano, quasi avessi paura che si potesse sgretolare fra le mie braccia “Ci sono io qui con te…”

Scoppiò a piangere, tutto il dolore accumulato e tenuto dentro di lei in gran silenzio per tutto quel tempo l’avevano straziata, rischiando di congelare il suo cuore in un sentimento logoro, che, a mio avviso, non si meritava.

Volevo che fosse felice, doveva esserlo.

“Tutto bene?” le chiesi quando si allontanò da me e io, con gentilezza, la lasciai andare.

Annuì, asciugandosi le lacrime con la manica della felpa e si mise a ridere.

“Scusami, non so cosa mi sia preso, insomma, tu…sei Gary”

“E con questo? Forse è proprio perché sono io, che sei riuscita almeno un po’ a sfogarti”

Rimase sorpresa dalle mie parole e mi guardò, mentre nuove lacrime cristalline si affacciavano sul suo viso, rendendo ancora più luminosi i suoi occhi.

“Grazie…” disse, tornando ad asciugarsi le lacrime, mentre le guance le s’imporporavano lievemente di rosso e cercava di sorridere.

Un sorriso che non avevo mai visto. Era triste…e malinconico, l’ombra della sua vera essenza.

Della vera Misty.

“Passerà…col tempo…” la incoraggiai.

“Lo so…ma fa male…tanto”

Mi avvicinai a lei e l’abbracciai nuovamente, non mi ero mai accorto di quanto quel contatto mi fosse mancato nella mia vita. Mi ero sempre soffermato sulle apparenze, ed ora, venivo prosciugato da un sentimento senza tempo che non lasciava spazio a nessun’altra emozione.

Ci sono io


*


Il giorno dopo ritrovai Misty vicino alla finestra, intenta a guardare le nuvole addensarsi e scurirsi sopra la città.

“Dovresti tornare a casa…” disse senza distogliere lo sguardo dal cielo e dal panorama che si stagliava dinnanzi a lei.

La guardai e lei mi restituì lo sguardo.

“Sto bene, davvero”

“Non m’importa, resto comunque” dissi grattandomi la testa e sbadigliando.

“Cosa? Ma davvero non ce n’è…”

“Ho detto che resto!”

Abbassò la testa e intuii che qualcosa non andava.

“Che ti prende?”

“Si tratta di Ash…lui…non penso che sarebbe felice del fatto che tu sia qui”

Alzai un sopracciglio. Voleva che me ne andassi per lui?

“Rispondi solo ad una domanda. Ha mai mostrato interesse per te o per qualsiasi altra ragazza? Ti ha mai, almeno una volta fatto capire ciò che volevi, che sperassi lui capisse di te?”

Rimase zitta ed immobile per alcuni istanti prima di scuotere la testa in senso di diniego.

“E allora resto”

“Sei il suo migliore amico! Il suo rivale sin dai tempi dell’infanzia! Non puoi, non possiamo fargli questo! Non è giusto…gli voglio bene”

“Non m’interessa. Ha deciso di vivere la propria vita, e in questa vita tu non ne fai più parte”

Fece male, me ne resi conto solo pochi istanti dopo aver formulato quelle parole. Misty sbiancò e scoppiò nuovamente a piangere.

Non so cosa mi aspettassi realmente, forse una sonora sgridata, un litigio. Ma mai che scoppiasse a piangere come una bambina. Forse, in cuor suo sapeva perfettamente dove l’avrebbe condotta quel sentimento, ma cocciuta com’era, si era intestardita sul contrario, fino a rimanerne scottata.

Bruciata

“Ti voglio bene…” dissi senza neanche accorgermene. Le posai una mano sulla guancia rigata di lacrime e la guardai sconfitto “…davvero”

Lei annuì, posando una mano sulla mia e continuando a piangere, come se con quel misero contatto fosse un’ancora di salvezza per non andare alla deriva. E pianse, fino a che non ebbe consumato tutte le sue lacrime.

Fino a che quel dolore, non le provocò una specie di assuefazione tale, che non sentì nemmeno più il dolore…

E in parte mi tranquillizzò. La crisi più grave, quella del rifiuto, era stata superata.

Sono passati anni da quel giorno e forse, in parte, Misty inizia a star bene. Non abbiamo più avuto notizie di Ash, la stessa Delia lo sente di rado, e dalle poche cose che è riuscita a capire sta ancora viaggiando.
Piano piano la ferita al cuore di Misty si sta rimarginando, il suo sorriso non è solare come un tempo, ma almeno, non è più l’ombra di un qualcosa senza peso, quindi, in parte almeno, inizio a pensare che stia meglio. Per quanto riguarda me, non posso ancora permettermi di fare passi troppo grandi, ma aspetterò. Attenderò il momento in cui sarà pronta ad aprire nuovamente il suo cuore a qualcuno, ed allora, se il destino lo vorrà, cammineremo insieme, fianco a fianco, fino a quando ne avremo forza…


FINE


 
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view post Posted on 13/1/2009, 22:17P_QUOTE
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Questa fanfiction dichiara quanto sia cocciuta nel non volermi ritirare da un impegno.
E' uscita uno schifo per diversi motivi;
1- poco temp impiegato per poterla scrivere
2- shipping che ODIO ma dovevo sfidarmi
3- stato d'animo.

Credo che nessuno apprezzerà questo aborto di pensieri, ed il peggio è che su alcune cose mi ci sono anche riscontrata. Direi che sta a voi giudicare.
Buon contest a tutti.


Sorprenderti.

"Senti.. Ash... se io e te uscissimo? Si sai, una pizza insieme... io e te"
"Si, va bene!"
"Ma non come amici..."
"Allora come cosa?"
"Bhe, sai... io volevo avere un appuntamento con te... ma... se non vuoi... non fa niente"
"Non posso accettare... mi... mi dispiace. Credo di non poter capire, scusami Vera."
"Va...bene, si, perfetto"


Ecco, fu così che iniziò.
Eh, si tutto iniziò quel maledettissimo giorno.
Che penso e dico, penso che potevo fare qualcosa di meglio anzichè dichiararmi al ragazzo che ho sempre amato, no aspetta ragazzo o bambino? Sembra che tra questi due "termini" ci sia una sottile differenza che può mettere in gioco il significato della maturità della persona stessa. Benissimo, allora lo definirei bambino.
Sono arrabbiata, sono nervosa... sono, sono... Non lo sò, non lo accetto.
Okay, ora mi andrò a vedere allo specchio e dirò che va tutto bene, assolutamente tutto bene.
Mi metto davanti allo specchio e rivela proprio ciò che mi aspettavo di vedere, i miei occhi azzurri cerchiati da profonde chiazze rosse, venati, naso dello stesso colore e una brutta smorfia sul volto.
Cosa c'è che non va in me? Cosa?
Mi volto e cerco di guardarmi dietro, forse... ho i fianchi larghi? Mi hanno sempre detto che non ero tanto male però, torno a guardarmi normalmente, mi rimetto sugli attenti di fronte alla mia immagine riflessa.
Non mi vedo tanto brutta, o forse si, non lo sò.
No la verità è che sono sporca dentro, la verità è che mi plasmo sempre in relazione agli altri, che sono una povera piagnona, una ragazzina di 12 anni, ormai, che ha cominciato il suo viaggio così... per scherzo, per prova, perchè ama viaggiare.
Mha, forse sono solo alle prese con le prime prove d'amore infantile, forse la mia è tutta una convinzione, tutta un'illusione, magari quel che provo non è altro che un frutto della mia ammirazione per lui, infondo mi ha aiutato senza chiedere niente in cambio, mi ha fatto da maestro e se oggi so' qualcosa sui Pokémon, bhe lo devo a lui, solo e soltanto a lui.
Ah! Mi sento così stupida e ridicola...
Mi butto su letto e cerco di addormentarmi, così magari non ci penso.
Ma chi voglio ingannare? Lo sò anch'io che non ce la faccio né ad addormentarmi, né a non pensarci, anche perchè sarebbe strano il contrario, ho provato una delle peggiori sensazioni della mia vita. Mi auguro solo che qualcuno non venga a bussarmi alla porta, non avrei sinceramente voglia di parlare e se qualcuno mi chiedesse come stò sarebbe la fine.
Ah! Cavolo, ma perchè non riesco a pensare ad altro? Perchè ho quel "non posso" che mi risuona nella testa?!
Affondo il capo nel cuscino, ed è tutto inutile, cercare di non pensare non cancellerà la realtà e che mi piacesse o meno dovevo accettarla.
Cosa ho fatto...?
E' logico, dovevo rovinare tutto così, tutto con quell'assurda richiesta, perchè alla fine forse è il nostro obbiettivo, crearci e ridistruggerci con le nostre mani.
Che errore di fatale misura.
Ma ora basta piangersi addosso, prendo i miei Pokémon e vado a respirare un po' d'aria fresca, magari allenandomi mi può solo fare bene.
L'aria che annuncia la sera mia avvolge, quella un po' umida, che ti sembra fresca e allo stesso tempo calda. Mi volto e sulla mia destra vedo Ash, appoggiato al tronco di un albero, sta parlando con Brock, abbasso subito il capo e tiro dritto. Non volevo né sentire né vedere, anche se la curiosità di sapere di cosa stanno parlando si impadronisce di me... Ma resisto e vado avanti.
Cammino, cammino, cammino, dov'è che voglio andare? Sui lati della strada sfilano indifferenti negozi di abiti, profumerie, cose a cui normalmente avrei badato, ma niente, stavo andando verso qualcosa di ignoto, la sera calava e io detto francamente, mi stavo perdendo con il mio dolore.
Forse la stò solo buttando giù pesa... ma come mai mi sento così inquieta?
Arrivo ad un parco, ormai le luci dei lampioni e quella leggera della luna sono le uniche ad illuminare il mio cammino, per sentirmi più sicura faccio uscire il mio Evee dalla sfera e lo tengo tra le braccia, è morbido e caldo, mi da una certa sicurezza. Già... sicurezza, indescrivibile quella che mi da Ash, ogni volta che mi ha protetta da qualcosa.
Ma come potrei? Come potrei non amare colui che mi ha segnato la strada, che non mi ha lasciato mai a terra come una pezzente, che mi ha insegnato a combattere e ad avere coraggio?!
Basta... basta... basta, devo smetterla. Mi siedo su questa panchina e mi rilassio, basta, devo smetterla di pensare a lui.
Non mi ha voluta? Non cadrà il mondo.
Il mare è pieno di pesci.
Oddio come so' mentire bene anche a me stessa.
Si Vera, sei proprio una grande bugiarda.
Che schifo queste seghe mentali non sono neanche da me.
Ma dov'è quella persona solare che io conosco? Dov'è la Vera che sono sempre stata?
La rivoglio ora, immediatamente!
E non voglio solo lei! Voglio anche Ash!
Oddio mi stò comportando come una bambina piccola che vuole il suo giocattolo.

Sento dei passi, cauti.
Mi volto di scatto e sento il mio nome.
"Vera?!"
Ma che ore erano? Guardo il PokeGear... le 9 e 30...
"Vera, per la miseria, ti abbiamo cercato in lungo e largo!" Questa voce, questo volto.
"Ash?"
"No, Babbo Natale! Ma si può sapere dove eri finita?"
"Emh..."
Mi alzo mettendomi alla luce e stringo i pugni, sono combattuta dal volergli tirare uno schiaffo e lo scusarmi e piangere tra le sue braccia.
Ma non posso fare nessuna delle due.
"Vera... hai pianto?"
Il suo volto è pericolosamente vicino al mio, riesco a vedere ogni sfumatura delle sue pupille ramate e il mio cuore palpita senza ritegno. Accidenti al cuore. Oddio, oddio Vera non lo fare.
Eppure lo stò facendo.
Perchè mi guarda interrogativo?
Perchè mi stò avvicinando senza riguardo al suo viso e non me ne curo?
Perchè non riesco a fermare il mio corpo?
Perchè... ho cercato questo contatto così poco opportuno?

...

Sgrana gli occhi.
Lo sento tremare.
E' rigido.
Che bella sensazione di calore allo stomaco.
Mi sento così idiota.
Ho sbagliato.
Mi sgorgano le lacrime dagli occhi.
Non mi abbandonare.
Ho fatto una sciocchezza.
SONO STUPIDA, STUPIDA, STUPIDA.
Mi stacco.
Abbassa lo sguardo.
Sembra irritato.

"Torna al centro medico"
"A.. Ash?"
"L'evento di stasera non ... non sarà mai successo" c'è imbarazzo nella sua voce.
"Tornerà tutto come prima?" chiedo... paura della risposta. Ho paura.
"Saremo amici."

E va via, non mi aspetta.
Ho fatto un' enorme, colossale, cavolata.
Sento cedere le ginocchia ma non cado.
Mi prendo il volto, le mie espressioni superano diversi gradi.
Paura, disperazione, imbarazzo, riacquisto della ragione.

Ho fatto un'enorme sbaglio, ma se per me non c'era futuro, non me ne pento. Non me ne devo pentire.
Volevo provare a vedere se a volte le cose finiscono come nelle favole, quelle favole che raccontavo a Max da piccolo, quelle che io stessa ho letto da piccola.
Ma ora ne ho conferma.
L'amore è un sentimento meraviglioso, che ti fa provare sensazioni bellissime, non porterei indietro per nulla al mondo quel bacio, forse... in cambio del suo amore soltato, è stato un bacio freddo, ma quello che ho sentito al suo contatto non ha descrizioni.
Magari un giorno troverò qualcun'altro a cui si accartorcierà lo stomaco quando io lo prenderò per mano, oppure lo bacerò, forse un giorno troverò davvero quel principe di cui tutti parlano.
Voglio sperarci.
Non voglio morire dentro così.
Adesso cammino, piano.
Forse ci vorrà un po' per rialzarsi del tutto, ma una volta che si è caduti nel più basso livello di noi, è più facile trovare delle motivazioni per rialzarsi.
E tu sei la mia motivazione Ash.
Dimostrerò che posso essere una persona valida, un'occasione irripetibile, da non tralasciare.

Dimostrerò che infondo neanche le favole mentono poi troppo... alla fin fine.

"BipBipBip"

Un messaggio.

"Sbrigati che il centro chiude.
Ash."


Sorrido e mi rialzo del tutto.

Fine


Marco&Silver
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Sai, la gente è strana prima si odia e poi si ama
cambia idea improvvisamente, prima la verità poi mentirà
lui senza serietà, come fosse niente...

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.°•. °•. °•.Gestico & Frequento.•° .•° .•°.

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'Senza parole con un filo di dolore,
senza parole sorrido e sono qua,
spargo il colore per sentirne l'odore
spargo l'odore per vederne altre varietà'

The bastard sons of dioniso.


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